Grembo: “Il prezzo di essere madre” con Chiara Ammendola

Vi do il benvenuto su Grembo (ep. 45)

Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo.

In questo podcast vi accompagnerò attraverso storie di donne e uomini che condivideranno il loro “racconto di pancia”. Lo farò mettendo da parte i preconcetti per raccontare una genitorialità diversa, senza filtri, senza giudizi.

Il grembo è il luogo da cui tutti noi veniamo, il nostro porto sicuro, ma è anche la nostra finestra sul mondo.

Siete sempre più numerosi ad ascoltare Grembo. Se volete sostenere questo progetto, iscrivetevi al canale, lasciate le vostre recensioni e condividete gli episodi con le persone a cui volete bene.

Il libro “Nascere è un verbo plurale”

Prima di lasciarvi all’ascolto dell’episodio di oggi voglio ricordarvi che le storie che avete ascoltato in questo podcast, i vostri racconti, le vostre voci, ma anche la mia storia – che qui non avete mai ascoltato – hanno ispirato la nascita di un libro. 

Si intitola “Nascere è un verbo plurale. Una grammatica imperfetta per gravidanza, parto e genitorialità”, edito da San Paolo.

È un libro che nasce dalle domande. Dalla prima, quella in cui ci si chiede se diventare genitori o meno, ma anche del come si diventa genitori, una volta dentro. Si parla di quando l’attesa si allunga e un figlio non arriva. Di quando l’attesa arriva, ma non è affatto “dolce”. Di quando il parto assomiglia poco all’immaginario e molto alla realtà.

È un libro che parla di allattamenti, di un mondo che, spesso, non è a misura di bambino. Parla di padri, che non sono “mammi”. Parla di rientro al lavoro, di stanchezza, di sonno che manca. Parla di fratelli che arrivano, oppure no. Parla anche di quando le cose non vanno come dovrebbero.

A differenza delle risposte facili o dei consigli non richiesti (per quelli ci sono ChatGPT o i parenti) questo libro prova a stare dentro le domande.

È un invito a rallentare, a fare spazio, a non sentirsi sbagliati. E a scoprire che, anche senza manuale, si può trovare una strada. La propria.

Trovate il libro in tutte le librerie e online – ma, se potete, sostenete le librerie di quartiere!

E ora: spazio all’episodio!

Introduzione

La storia che vi presento oggi è quella di Chiara Ammendola, una giornalista di talento, che brillava nel suo lavoro ma che ha avuto la sfortuna di incontrare sulla sua strada un capo che non accettava la sua gravidanza e che ha quindi “ben pensato” di lasciarla a casa.

Potete solo immaginare quanta ansia e stress la perdita del lavoro, in concomitanza con la maternità, possa generare. 

Sono tante oggi le donne che la vivono: è un “esercito silenzioso” perché, purtroppo, non è facile esporsi, alzare la voce e raccontare queste storie. Oggi però vogliamo rompere con questo circolo e sono grata a Chiara che, con coraggio, si è aperta al microfono di Grembo, raccontando non solo la sua esperienza di mobbing ma anche la difficoltà di un parto che non è andato esattamente come se l’era immaginato.

Ma, come ormai sapete, la maternità porta con sé tanta ambivalenza e nonostante le fatiche, la rabbia, le delusioni, Chiara ha vissuto momenti di estrema gioia e gratitudine grazie all’arrivo della piccola Nina. Ad esempio, l’allattamento, per lei è stato un modo per ricucire gli strappi e accendere una luce in un periodo, che lo sappiamo, è intenso e non facile da attraversare.

State per ascoltare una storia che spero possa ispirare e trasmettere coraggio.
E se state vivendo una situazione simile nel vostro lavoro, non abbiate paura di chiedere aiuto, di parlarne e di farvi accompagnare.

Intervista a Chiara Ammendola

[Anna] – Benvenute e benvenuti a quest’ultimo appuntamento di questa prima giornata del Festival di Nidi Fioriti a Seregno. Sono molto felice di avere questo momento dedicato a una Live session di Grembo e, al mio fianco, oggi ho un’ospite speciale, che arriva da lontano.

[Anna] – Chiara Ammendola, che arriva da Roma! E oggi racconteremo la sua storia – con questo sottofondo musicale di Elisa Galli che suona al pianoforte, che è meraviglioso. Partiamo, così?

[Anna] – Io ho rotto il ghiaccio, pronti e via. Siamo pronti a partire. Benvenuta Chiara! 

[Chiara] – Grazie, grazie per l’invito, Anna! Sono molto contenta di essere qui e sono contenta che, insomma, parleremo insieme di un tema che sta a cuore entrambe.

[Anna] – Assolutamente! Ti chiedo di presentarti, dirmi chi sei, quanti anni hai, dove vivi, di cosa ti occupi e da chi è composta la tua famiglia.

[Chiara] – Allora, mi chiamo Chiara Ammendola, ho 38 anni, vivo a Roma e faccio la giornalista. Ho una figlia che si chiama Nina e un compagno che si chiama Tommaso.

[Anna] – Chiara, oggi racconteremo la tua “storia di nascita” dove affronteremo tra le varie cose un tema importante, anche un tema pesante, che è il mobbing e la perdita del lavoro. Prima però voglio addentrarmi con te nella tua storia di gravidanza.

Scegliere di diventare mamma e vivere la gravidanza

[Anna] – Ti chiedo di raccontarmi da dove nasce il tuo desiderio di diventare mamma e come è arrivata Nina?

[Chiara] – Allora, il mio desiderio di diventare madre in realtà non è stato un “desiderio”. Io mi sono sempre sentita una persona sicuramente accudente.

A un certo punto della vita, ho capito che “mi mancava un pezzo” e che ero pronta ad accoglierlo quel pezzo. 

[Chiara] – E ho incontrato una persona che ha reso possibile tutto questo, nel senso che ha dato forma all’amore, eh, un tipo di amore che io non mi avevo mai conosciuto. E mi ha dato fiducia, nel futuro soprattutto, e quindi ho pensato, ho detto «cavolo, è lui!». Quindi Nina devo dire, infatti, è arrivata anche molto presto. 

[Chiara] – È stata un’avventura, in tutti i sensi, e la volevamo tantissimo e quando è arrivata, insomma, è stato un po’ tutto quello che pensavamo che fosse, ma tutto quello che non ci aspettavamo che fosse soprattutto. Quindi ha rimescolato un po’ le carte di tutto, anche del nostro amore, devo dire. E quindi niente, ci siamo ritrovati in tre.

[Anna] – E adesso entreremo un po’ più nel dettaglio di questa rivoluzione che ti ha portato la maternità. Come hai vissuto il periodo della gravidanza, dell’attesa?

[Chiara] – Allora, della gravidanza in realtà male!

[Anna] – “Bene”, diciamolo!

[Chiara] – Diciamolo! Non mi piaceva, non mi piaceva la gravidanza. Cioè, non so, non mi trovavo tanto a mio agio, devo dire la verità. Eh, poi pian piano ci ho fatto pace.

[Anna] – Cos’è che non ti piaceva in particolare?

[Chiara] – Eh, come spesso accade il fatto forse di non avere il controllo, no, sul mio fisico che cambiava e quindi mi “vedevo” senza riuscire poi a vedermi realmente – questo all’inizio, devo dire. Poi dopo no, dopo è stata devo dire “facile”, al netto del fatto che purtroppo, insomma, avevo una forte carenza di ferro, quindi questo, vabbè, lo sai, porta tanta stanchezza, quindi faticavo a fare tutto.

[Anna] – Quanti anni avevi quando sei rimasta incinta?

[Chiara] – 36…35, 36, sì. E quindi, insomma, è stato in realtà, ecco, forse più limitante per una questione fisica, ripeto, soprattutto all’inizio, poi dopo, insomma, anzi, mi piacevo anche tanto. 

Mi guardavo allo specchio, mi compravo questi vestiti attillati…perché poi mi piaceva farla vedere la pancia, no? 

[Chiara] – Non ero una di quelle che la nascondeva e quindi niente, ecco, di quella cosa lì, insomma, poi quando ha preso forma, credo anche l’idea che dentro ci fosse mia figlia e mi iniziava a piacere. 

[Chiara] – Quasi volevo che non finisse più, in maniera molto romantica, poi alla fine, l’ultimo mese ovviamente non ce la fai più…

[Anna] – Una “non ne può più”!

[Chiara] – Avevo dei piedi enormi, una pancia enorme. Mia figlia è nata molto grande e, infatti, al sesto mese le persone mi chiedevano “Ah, quindi parto a dicembre?”, “No, no, sono una balena, ma no, mi manca ancora tanto, quindi non so fino a quanto potrò crescere”. Son cresciuta ancora!

[Anna] – Quindi sei arrivata a termine?

[Chiara] – Sì!

Rompere le acque senza avvisare: l’inizio del travaglio

[Anna] – E raccontami del parto che so che, insomma, è un racconto complesso. Partiamo da un pezzettino prima. Intanto, com’è stato il travaglio? Eri a casa? Quando è iniziato tutto?

[Chiara] – Allora, sono arrivata al termine, sì, della gravidanza ed è iniziato tutto in realtà una notte. Era domenica, mi sveglio con questi dolori fortissimi, vado in bagno, delle perdite di sangue enormi. Ovviamente spaventatissima perché poi quando fai i corsi preparto, tra le varie cose che ti dicono, l’unica che ti ripetono in continuazione è “non andate subito in ospedale, non andate subito in ospedale”. 

“Non andate, a meno che non ci sia del sangue”. 

[Chiara] – Allora, quella frase me la sono ricordata, e ho detto «Amore, dobbiamo andare subito». Quindi siamo corsi in ospedale, ed era un falso allarme in realtà. Quindi mi rimandano a casa. Da quel giorno le contrazioni non sono mai terminate.

[Chiara] – Sono iniziate, c’è stato, diciamo, un po’, fino a quando il mercoledì sono andata in ospedale e durante la visita ostetrica mi hanno rotto le acque praticamente, come spesso accade, quindi sono stata forzata a un ricovero e lì, + iniziato.

[Anna] – Te l’hanno detto della rottura, cioè ti hanno avvisato?

[Chiara] – Sì, no, vabbè, era stata proprio evidente durante la visita.

[Anna] – No, le acque le hai rotte tu? O te le hanno rotte? Chiedevo se ti avevano avvisato.

[Chiara] – No, no, assolutamente no. No, no, no, no! Quindi già quello è stato no, perché non me l’aspettavo ovviamente. Han detto “la signora deve restare qui”, quindi sono rimasta lì, eh, dal mercoledì, appunto, ora di pranzo, più o meno, verso le 14:30, mi hanno ricoverata ed è iniziato questo lungo, faticoso travaglio.

L’idea e la realtà del parto

[Anna] – Noi siamo andati veloce sui 9 mesi d’attesa, ma tu ti eri fatta un’idea di come ti immaginavi il tuo parto ideale? Avevi la lista dei desiderata? Il famoso “piano nascita”!

[Chiara] – Certo, l’ospedale l’avevo scelto perché era uno dei pochi che dava la possibilità del parto in acqua. Mia cognata ha partorito in acqua, e per lei è stato un parto non bellissimo, però sereno, sereno. E io volevo che fosse sereno allo stesso modo e, quindi, l’acqua è un ambiente in cui io mi trovo molto a mio agio, mi dà, appunto, serenità. Ho nuotato anche tanto durante la gravidanza, quindi ho detto “vai, andiamo”. 

[Chiara] – Ovviamente questo sogno si è infranto nel giro di circa mezz’ora e perché, effettivamente, i dolori sono stati subito molto, molto, molto forti. Qui mi sono scontrata, in base poi al personale sanitario, con infermiere e ostetriche che accoglievano questo mio dolore e mi supportavano. E ho subito violenza ostetrica a livello verbale, prima, poi anche fisica dopo. 

[Chiara] – Nel momento in cui ho avuto a che fare con un’ostetrica, appunto, che mi diceva che non dovevo lamentarmi, che le mie contrazioni non erano nemmeno iniziate e che quando arrivavano le contrazioni loro lo vedevano perché c’era il monitoraggio. 

Quindi diceva “Ma non hai nemmeno la contrazione, perché piangi?”, frasi di questo tipo che io pensavo che non esistessero, no? 

[Chiara] – Son quelle cose per cui, eh, dici “no, non è vero” e invece è vero. E invece è vero.

[Anna] – Quando lei ti diceva “non è niente”, tu intanto sei riuscita a rispondere?

[Chiara] – Non subito, non subito. Guardavo il mio compagno, come dire, cioè nel senso che sta dicendo, no? E poi ovviamente ti metti in discussione e io ho sempre avuto una soglia del dolore altissima, ma anche chi non ce l’ha, va bene uguale. Io parlo di me, ovviamente non è una giustificazione.

[Chiara] – Se io ti sto mostrando una sofferenza, devi ascoltare la mia sofferenza. E io avevo fatto tutte le visite per richiedere, eventualmente, l’epidurale, quindi è una cosa che ho chiesto dopo diverse ore. Mi hanno detto che avrei dovuto aspettare perché, insomma, era ancora lunga. La dilatazione era, insomma, proprio ai minimi, quindi mi hanno detto di aspettare.

[Chiara] – Ho passato questa notte, queste contrazioni fortissime e, la mattina dopo, mi hanno portato…No, no, verso il pomeriggio credo, mi sembra, sì, in sala parto. Dopo un po’, effettivamente eravamo pronti, quindi poi ho chiesto l’epidurale. Anche lì, la stessa [persona di prima, NdR], perché poi i turni si susseguono. Ho ribeccato l’infermiera che per una parte del travaglio in sala parto mi ha ripetuto queste cose e non erano d’accordo che facessi [l’epidurale]. Ho richiesto l’epidurale più volte, mi han fatto sette fiale. Eh, poi ho capito il motivo, perché, nel senso, c’è un motivo, no, per cui il mio parto stava andando in quella direzione. 

Manovra, taglio e forcipe

[Chiara] – Mi dicevano “Vabbè, Chiara resisti”. Anche perché ti dicono che, appunto, quando poi ci sono le contrazioni, dopo tante fiale di epidurale, il tuo corpo non le sente tanto, quindi fai fatica a spingere. Però i dolori erano fortissimi. Io infatti praticamente collassavo, dopo, quando avevo i medicinali in corpo. 

Eh, niente, questa cosa è andata avanti, non mi ha mai visitato nessun medico, nessun ginecologo, fino a quando, appunto, le cose si sono complicate. 

[Anna] – Perché si sono complicate? 

[Chiara] – Si sono complicate perché “mia figlia non voleva uscire”, semplicemente perché mia figlia era troppo grande. 

Io ho partorito mia figlia di 4.1 kg, prima figlia, ed era troppo grande per il mio bacino, era troppo grande per me, per il mio fisico, per tutto.

[Chiara] – E dopo tante ore dalla rottura delle acque è pericoloso, insomma, che stesse così, senza liquido. E io non riuscivo più a spingere, perché ormai ero distrutta, ero sveglia da, penso, due giorni e in sala parto sono stata 24 ore. Quindi dopo un po’ io ero completamente…Hanno cercato di farmi spingere in tutti i modi possibili, in tutte le posizioni…

[Anna] – Ma non funzionava…

[Chiara] – Non funzionava! Fino a che, appunto, mia figlia è andata in sofferenza e quindi è arrivato il medico, che era il medico del turno di notte. Lo ricordo benissimo e, a quel punto, mia figlia era praticamente incastrata: quindi era già troppo avanti per fare un cesareo (che evidentemente e probabilmente, avrebbero dovuto farmi prima).

Quindi ho avuto tutto quello che prevede un parto operativo “violento”, quindi la manovra, quindi il taglio e quindi neanche la ventosa, ma il forcipe, che è una cosa che credo che non si usi dagli anni ‘60. 

[Chiara] – Cioè mia mamma ha detto che l’avevo usato mia nonna. Quindi ovviamente avendo appunto avuto questo parto così violento…

[Anna] – Anche queste fasi intermedie te le stavano raccontando? O è stato un susseguirsi di azioni?

[Chiara] – No, no. È stato un susseguirsi perché, appunto, c’è stata la sofferenza di mia figlia che aveva i battiti azzerati. Mi ricordo soltanto che il medico è arrivato, mi sono trovata 15 persone intorno, da che non ce n’era nemmeno una. E hanno chiesto al mio compagno di uscire perché, in quel momento, era sempre stato accanto a me.

[Chiara] – Gli hanno chiesto di uscire e poi mi sono trovata la dottoressa che mi spingeva sulla pancia, mi hanno detto “Adesso Chiara devi dare una mano al dottore, devi spingere”. Io ovviamente non capivo niente e quindi niente, finalmente mia figlia è nata. E non ha avuto conseguenze, per fortuna. È stato molto bravo il medico in questo, perché ha fatto, devo dire, veramente una manovra molto molto difficile. 

Eh, io ho avuto le conseguenze peggiori, ovviamente, a livello fisico e non solo. 

[Chiara] – E poi sono svenuta dopo, perché ho perso del sangue, insomma, una persona già anemica, poi la sofferenza era tanta e quindi…tant’è vero che, appunto, lo skin to skin l’ha fatto col mio compagno mia figlia, non l’ha fatto con me, perché io non ero in grado in quel momento.

[Chiara] – Mi ricordo che, anzi, a un certo punto volevano mettermi Nina sulla pelle, però io non capivo niente. Mi chiedevano “Ma Chiara, sei felice?”  e non riuscivo a rispondere, non capivo niente. Quindi, questo è stato il mio parto. In tutto ciò ho avuto una trasfusione di sangue dopo, perché ero troppo debole, avevo perso troppo sangue e non riuscivo nemmeno a stare in piedi. 

L’ospedale che avevo scelto prevedeva appunto che Nina fosse con me dal giorno zero…

[Anna] – E infatti su questo avevo proprio una domanda perché è ormai…Allora, intanto volevo fare un po’ un sospiro perché tutto questo che hai raccontato non è facile da ascoltare, penso per nessuno di noi che è qui in questa sala. Però è importante farlo, perché più raccontiamo anche queste storie, anche questa esperienza, e anche se ci possiamo preparare benissimo, sappiamo che in quei momenti è difficile avere quella lucidità. 

[Anna] – Per questo a volte è molto importante la presenza del partner, che sia lì e “vegli” un po’ sui desideri o sulle cose che insomma non andrebbero fatte, però non è facile neanche per lui. Poi hai raccontato che l’hanno anche fatto uscire, quindi a un certo punto, insomma, si perdono proprio tutte le…si perde la bussola!

Il “rooming-in”

[Anna] – Però stavi introducendo un tema, che ti volevo appunto domandare, che è quello del rooming-in perché è ormai consuetudine che i neonati vengano lasciati il più possibile in stanza d’ospedale in degenza, insieme alla mamma perché sono conosciuti e risaputi i benefici di questa pratica. 

Però sappiamo anche che in occasione di parti difficili, dolorosi, lunghi, com’è stato il tuo, le mamme fanno fatica e, a volte, non riescono proprio a occuparsi dei loro piccoli.

[Anna] – Senza arrivare ai casi più estremi, che comunque esistono ed è importante parlarne. Credo sia importante ripartire dall’ascolto e uscire dall’ottica che ogni parto sia uguale all’altro e ascoltare quindi anche queste mamme. Ritornando alla tua storia, come hai vissuto appunto questi primi momenti?

[Chiara] – Sono stati difficili perché io ero completamente esausta, sia fisicamente che psicologicamente, quindi in quel momento avevo bisogno di riprendere contatto con la realtà, avevo bisogno di cura. E invece non ho avuto il tempo perché, appunto, Nina è stata con me da subito e, “fortuna nella sfortuna”, perché purtroppo io ho avuto un’infezione, causata dalla mia trasfusione di sangue, che mi ha portato a un rialzo della temperatura di circa 40°C. 

Quindi ho avuto questa febbre fortissima che mi ha fatto delirare a un certo punto, quindi per forza di cose, almeno la notte la prendevano, però alle 6 del mattino te la riportavano. 

[Chiara] – Io ho chiesto che potesse restare il mio compagno perché, appunto, era una situazione speciale, avevo bisogno di..e loro, insomma, non mi hanno concesso questa cosa, quindi, non nascondo che i primi giorni, cioè li ho passati…quando non c’era il mio compagno – che, devo dire, restava praticamente, non dico tutto il giorno, ma dal pranzo fino a sera – [con, ndR] un forte stress, molto molto. 

Nel senso, i momenti con Nina mi davano sollievo, i momenti che passavo con lei. Allo stesso tempo non ero in forza, e quindi non riuscivo a darle, no, tutto quello che avrei voluto darle in quel momento. 

[Chiara] – Fortunatamente l’allattamento è partito subito, bene e non mi ha mai dato problemi, mai. Questa, anzi, è una cosa che ci ha legato tantissimo, cioè il momento in cui in realtà l’allattavo nel letto era la cosa più bella del mondo per me; era un momento in cui proprio tutte le mie ansie, la mia paura, le mie preoccupazioni sparivano completamente. Quindi questa è stata la cosa che ricordo con maggiore gioia e tutto il resto, invece, è stato faticoso, faticoso proprio a livello fisico e, appunto, psicologico perché mi sentivo in balia di quello che mi veniva detto o fatto. 

[Chiara] – Io non riuscivo a capire, effettivamente non avevo la lucidità magari anche di fare delle domande, di chiedere, di sapere qualcosa in più, anche su me stessa. Quindi anche, ovviamente, avendo avuto il taglio, con questi punti eh…avevo difficoltà, no?, nel fare delle cose semplici, cioè anche come…

[Anna] – Come stare seduti!

[Chiara] – O fare pipì! Quindi era tutto molto difficoltoso. Piangevo spesso, devo dire, perché mi sentivo molto molto sola, avvilita. Ed era una sensazione che non avevo mai provato, perché, nel senso, io sono stata sono andata fuori casa praticamente subito, ho vissuto in diverse città, ho cambiato tanti lavori, sempre tutto da sola e quindi mi sono sempre sentita un po’ la “regina del mondo”, no? Con questa sensazione di onnipotenza, perché ero sempre riuscita a fare un po’ tutto nella vita e, invece, lì non riuscivo, proprio non riuscivo, e quindi questa cosa mi ha destabilizzata tanto. 

[Anna] – Tra l’altro quando si chiede a una mamma «qual è quella cosa della maternità che non ti aspettavi?», spesso mi rispondono: 

«Pensavo di essere preparata, di aver studiato e di aver letto tutti i libri, però questa cosa è completamente diversa». 

[Anna] – Cioè, qui siamo “al di là del bene e del male”, io stessa mi ricordo aver pensato “Questa vita è disumana”. E mi vergogno a dirla ovviamente questa frase, però la dico perché l’ho pensata, e penso che molte di noi l’abbiano pensata, a maggior ragione poi se uno ha vissuto un parto difficile. E quindi tu hai parlato dell’allattamento come un momento di come ricucire, no, quello strappo fisico e anche soprattutto mentale. 

I mesi successivi al parto e il rientro a lavoro

[Anna] – Come sono stati poi i mesi successivi con Nina? Come è evoluto il rapporto con lei? Perché poi un bimbo, è vero che ce l’abbiamo nella pancia 9 mesi, però è una personcina nuova che comunque va incontrata, va conosciuta, va riconosciuta. Quindi, come sono andati i primi mesi di incontro?

[Chiara] – I primi mesi sono andati…sono andati bene, nel senso che io ero felicissima. I momenti con Nina restavano per me dei momenti magici, infatti è stato un connubio di cose e di emozioni assolutamente positive. Anche per il fatto che, appunto, l’allattamento è andato molto bene, quindi me lo vivevo con serenità, ecco.

[Chiara] – Sicuramente ho iniziato a patire, dopo i primi mesi di entusiasmo forte, un po’ di stanchezza, perché, appunto, non avendo la mia famiglia vicina eh, sicuramente, mi è mancato un supporto che potesse (passata appunto quell’adrenalina del primo momento) magari supportarmi in quella guarigione fisica e psicologica di cui io avevo bisogno poi, perché l’ho messa un po’ da parte, no? 

[Chiara] – Proprio perché magari avevo necessità di prendermi cura di Nina e, forse, a un certo punto ho iniziato ad accusare un po’ di stanchezza, appunto, sia fisica che psicologica perché avevo un bisogno di cura..

[Anna] – Andiamo avanti con la tua storia perché purtroppo l’ho detto all’inizio, questa storia è intensa, è difficile, però ci dobbiamo passare attraverso perché ribadisco, secondo me, ci sono dentro tanti spunti e riflessioni che possono essere utili. 

In Italia sono oltre 2 milioni le donne che nel corso della loro vita hanno subìto una molestia sul posto di lavoro. 

[Anna] – Se poi parliamo di rientro al lavoro dopo la maternità, si stima che circa 800.000 donne sono state spinte a dimettersi dopo la maternità. In realtà sono dati difficili da calcolare, perché molte donne non hanno il “coraggio”, non hanno la possibilità di denunciare. E quindi Chiara, tu avevi un lavoro prima di andare in congedo in maternità, cosa è successo in questo lavoro? Come si è incrociata la tua vita lavorativa con la tua storia di maternità?

[Chiara] – È successo semplicemente che il mio datore di lavoro “non era d’accordo” col fatto che io avessi una figlia, “semplicemente” questo. Pensava che fossi “di sua proprietà” e che potesse disporre della mia vita perché era legata al suo lavoro. Quindi dice il ragionamento è semplice: io ti do un lavoro, perché te lo sto concedendo; tu fai un figlio, sei a casa, quel lavoro non lo curi e quindi non vai più bene.

Controllo e minacce: lavoro tossico

[Anna] – Ovviamente tu questo sentore non l’avevi mai avuto? O avevi avuto qualche avvisaglia?

[Chiara] – Assolutamente no, no, avevo avuto sentore del clima che c’era al lavoro. Sicuramente c’era un micro-management, c’era un controllo ossessivo rispetto a quello che era il mio lavoro. C’era tanto di quello che viene definito «lavoro tossico» oggi e c’era tanto di quello sicuramente, che però io comunque sono sempre riuscita a farmi, tra virgolette, “rispettare”, quindi riuscivo ad arginare…

[Anna] – A tenere sotto controllo…

[Chiara] – Sì, sì, sì. Anche perché il lavoro mi piaceva, quindi lo facevo volentieri, poi portavo dei risultati anche di un certo tipo, quindi mi sentivo abbastanza, diciamo, “in potere” nella gestione del lavoro. Questa cosa qui invece ha rovesciato tutto, senza alcuna regola, perché poi sono venute fuori anche delle problematiche secondo me, nel senso della persona, no? 

[Chiara] – Per cui lì lui ha iniziato ad avere degli atteggiamenti che secondo me non erano nemmeno frutto di una lucidità da parte sua. 

Perché effettivamente faceva delle cose che in qualsiasi altro contesto lavorativo sarebbero state davvero da denuncia. 

[Anna] – Tipo?

[Chiara] – Tipo mi ha immediatamente tolto delle mansioni, quindi sono stata demansionata subito. «Perché, Chiara, allora bisogna fare questa cosa», «Okay», «No, no, no, se ne occupa un’altra persona!», «Ma come?», «No, no, no, ho delegato tutto a lei, adesso le mail arriveranno a lei!». Così, senza nessuna spiegazione. «Motivo?», «Tu hai già tante cose da fare, ti devi concentrare su altro», ma non è stata una cosa di più. 

[Chiara] – Poi quando, a volte, durante le riunioni magari non si era d’accordo su delle scelte interne all’ufficio, a queste riunioni, poi, susseguivano delle telefonate con dei toni che ovviamente erano dei toni minacciosi. Dei toni in cui si alzavano anche i livelli, diciamo, proprio della conversazione, ma anche della confidenza, nel senso, quindi venivo minacciata sul mio futuro lavorativo, sulla mia posizione, su…

[Anna] – Questo già in gravidanza o…?

[Chiara] – Già in gravidanza certo, certo. 

Mi venivano fatte circa 20-25 telefonate al giorno per sapere che cosa facessi.

[Anna] – Eh, questo perché lavoravi da remoto?

[Chiara] – No, no, lavoravo in ufficio! Ma il mio capo non era presente.

[Anna] – Ah, ok.

[Chiara] – Era in un altro ufficio, quindi…

[Anna] – Una mania di controllo!

[Chiara] – Una mania di controllo che è peggiorata e quindi, poi, è sfociata in queste cose qui.

[Anna] – Ed era evidente che c’era una parte che lui stava “perdendo”, una parte di controllo della tua vita.

[Chiara] – Esattamente. Io ho voluto dare questa spiegazione perché poi tendo sempre, no, a cercare di dare una motivazione alle cose, di andare oltre e quindi ho pensato che fosse quello il motivo, inizialmente. 

Poi semplicemente ho capito che, appunto, odiava l’idea che io fossi incinta e che da lì a poco non sarei stata più, diciamo, disponibile h24 come lo ero. 

[Chiara] – Perché io lavoravo, comunque avevo proprio una posizione, diciamo, manageriale, quindi lavoravo tanto, anche oltre l’orario di lavoro da contratto.

[Chiara] – Quella roba lì non era cambiata da quando avevo annunciato la gravidanza. Probabilmente nella sua testa, insomma, sarebbe stato questo il quadro della situazione, quindi non non era una cosa che poteva accettare. E…

[Anna] – Tu fino a che periodo hai lavorato in gravidanza?

[Chiara] – Io ho lavorato fino al settimo mese, mi sembra. Sì.

[Anna] – Quando sei andata in maternità.

[Chiara] – Maternità, sì.

La lettera di licenziamento

[Anna] – Lì hai avuto una pausa, quindi sei riuscita a staccarti dal lavoro?

[Chiara] – No, io sono finita un giorno anche, appunto, con un’ansia profonda dopo che avevo ricevuto una mail di minacce in cui la mia posizione veniva detto che “sarebbe stata rivalutata all’interno dell’azienda a causa dei miei comportamenti indisciplinati”.

[Anna] – Indisciplinati?

[Chiara] – Sì, sì, sì, sì! Una roba senza senso. così, cioè.

[Anna] – Così? Cioè?

[Chiara] – Sì sì, no, io ce l’ho ancora stampata la mail! 

[Anna] – Mi raccomando, tenete trascrizione di tutte queste cose!

[Chiara] – Io nella vita faccio la giornalista, quindi qualcosa ho imparato [ride, NdR]. Avevo tutto tutto tutto, perché io avevo capito che il clima non era dei migliori, ecco. Però non mi aspettavo quello che poi è successo dopo.

[Anna] – Cosa è successo dopo?

[Chiara] – È successo che, quando sono andata in maternità, a causa di questo clima, insomma, un mese prima, io sono stata poi a casa, ho finito la gravidanza, eccetera, e Nina, appunto, è nata. 

Al terzo mese di Nina, quindi al termine della maternità obbligatoria, io ho ricevuto la lettera di licenziamento. 

[Anna] – La prima sensazione quando hai letto questa lettera qual è stata? Cioè, te l’aspettavi? Era stato un periodo in cui dicevi “Ok, vabbè”, oppure qua siamo arrivati al di là del bene e del male; come ti sei sentita?”

[Chiara] – Non è stata una “doccia fredda” perché, in realtà, io ero stata già contattata nei mesi precedenti dall’amministrazione. Eh, anche lì, mi hanno suggerito di dimettermi, che così avrei potuto dedicarmi, insomma, a mia figlia, che comunque io avevo “tutto il tempo che desideravo”. Insomma, hanno cercato di vendermela in più modi. Io ovviamente non ho fatto nessun passo indietro rispetto a questa cosa perché, ho detto, «perché dovrei dimettermi?»

[Chiara] – Quindi, nel momento in cui loro non hanno potuto muovere, insomma, queste pedine, hanno fatto l’unica cosa possibile e cioè hanno chiuso l’azienda, ricollocando le risorse che per loro erano valide altrove. Risorse tipo ragazzi anche più giovani di me, senza appunto figli, senza “problemi”, e lasciando a casa me – e poi un’altra persona che però in realtà aveva già chiesto il trasferimento.

Reagire a un’ingiustizia

[Anna] – E di fronte a una perdita del lavoro, ma non solo, di fronte a un’ingiustizia come quella che hai vissuto tu, a cosa ti sei aggrappata per non andare a fondo? Cioè, come non fermarsi e ripartire? Perché poi io so che sei ripartita, anzi, eccome, poi sei andata come un treno! Però di fronte a una notizia del genere, anche se per te non era una doccia fredda, cosa ti ha tenuto a galla?

[Chiara] – All’inizio è stata dura perché ero arrabbiata, perché poi io insomma, il mio lavoro è anche questo, cioè io faccio la giornalista, ho iniziato a fare la giornalista perché in maniera assolutamente utopica io volevo un po’ salvare il mondo, no? Quindi dicevo “devo denunciare cose, fatti” e quindi ho detto, “come, ma proprio a me?”.

[Chiara] – Qui ho dovuto un po’ accettare prima questa cosa e poi è arrivato, no, un po’ come un lutto: la rabbia, principalmente. Quindi ho detto «Ok, adesso gli faccio causa. Subito, chiamiamo un avvocato», che è una cosa che poi non ho fatto, perché semplicemente non avrei cavato un ragno dal buco. Nel senso che mi ha detto “Chiara, guarda, non ci guadagnerai niente”.

[Anna] – Se non un fegato amaro!

[Chiara] – Esatto. Io in quel momento ho scelto la mia serenità. Quindi ho detto “non mi interessa” avere questa vittoria sulla carta. 

Ho accettato questa cosa e mi sono dedicata interamente a mia figlia. È stato quello che mi ha aiutato perché ancora, cioè ripeto, i momenti con Nina sono sempre stati per me un’oasi felice, però a un certo punto è diventata un po’ un’arma a doppio taglio, no? Perché è diventato un guscio in cui io mi sono chiusa, eh, dedicandomi interamente a lei.

[Chiara] – Perché credo che sia un processo semplice, no? Dire “Ho fallito magari in altre cose, riverso le mie aspettative, la mia soddisfazione, nella maternità”, perché dopotutto…

[Chiara] – Quindi mi sono un po’ raccontata che stavo dedicandomi a mia figlia, che era il tempo che io avevo scelto per lei e, ovviamente, questa cosa poi è emersa col tempo, perché la sabbia la puoi nascondere sotto al tappeto, ma dopo un po’, insomma, ce n’era tanta [ride, NdR] e quindi c’era tanto da dire. Sono venute un po’ fuori tante cose e quindi…

Ho iniziato, insomma, a soffrire profondamente del fatto che non ci fosse più Chiara, ma che ci fosse solo “mamma Chiara”.

[Anna] – Visto che, appunto, una delle parole che ci viene ripetuta proprio dal momento 1 della nascita è «mamma mamma mamma», improvvisamente entriamo in un percorso in cui…Ecco il tema identitario che ci può mettere a dura prova, nel senso che non siamo preparati a vivere appieno subito quel ruolo al 100%. 

[Anna] – È un work in progress, un work in progress che, tra l’altro, ha degli alti e dei bassi, perché è bellissimo, per carità, occuparci a tempo pieno. E da una vita dove ti sei occupata anche molto di lavoro, cioè hai lavorato eccetera, fare la mamma è bellissimo, però bisogna ritrovare un po’ un equilibrio. 

Concedere il periodo dell’ambivalenza

[Anna] – E nel frattempo tu hai aperto una newsletter molto interessante e volevo citare proprio una delle ultime cose che hai scritto, in cui parli del periodo dell’ambivalenza, che è un periodo dove amiamo terribilmente i nostri figli, ma allo stesso tempo vogliamo sparire per ore. 

[Anna] – Quindi dove alcuni sentimenti possono essere provati, ma forse non pronunciati. E si entra così in un loop che è quello della performance, dove non vogliamo incrinare questa visione della madre perfetta, della madre che cura, della madre che appoggia le mani sulla pancia, sorride perché è tutto meraviglioso. Perché secondo te, te lo chiedo anche da giornalista che adesso indaga questi temi, questa società oggi non ci concede l’ambivalenza?

[Chiara] – Ci sono diverse letture rispetto a questo, secondo me. Ce n’è una che è culturale. La maternità l’ho visto, l’ho vissuto col parto, l’ho vissuto con, appunto, il lavoro. La maternità è ancora associata a un’idea di sacrificio. La maternità esiste solo se si è devoti, se si è appunto dedicati pienamente a quello che è un ruolo che ci vuole all’interno di una cultura appunto assolutamente antifemminista, che quindi non riconosce nessuna libertà, nessun arbitrio, nessuna indipendenza nemmeno rispetto a quello che è non solo la nostra vita, il nostro corpo, no? 

[Chiara] – Anche il parto, lo dico sempre: io sono stata rigirata come un calzino, senza che nessuno mi chiedesse e mi dicesse nulla. Anche nei giorni successivi…tu hai detto la parola “mamma”. C’è una cosa che mi inquietava, all’inizio col mio compagno ridevamo tanto, poi, per il fatto che mi chiamassero tutti mamma. Io non esistevo come Chiara, quindi queste ostetriche, queste infermiere entravano in continuazione in camera senza chiedere, “mamma, mamma”, dicevo «mamma? Come mamma?»

[Anna] – Mamma chi? Aspetta! 

[Chiara] – Mamma chi? Siamo tutte mamme. Quindi questo “esercito di mamme”, che erano lì, dovevano essere performanti anche nei giorni successivi al parto, per cui c’era questa scaletta che noi dovevamo seguire. Ed è una scaletta che tu sei obbligato a seguire e non lo sai, non te ne accorgi. Dico sempre che non colpevolizzo mai le donne, perché noi interiorizziamo tutta una serie di aspetti che sono fondamentalmente frutto di una società che ci vuole in un certo modo, creata negli ultimi secoli, purtroppo, in maniera uomocentrica. E quindi questa possibilità di ribellarsi, di dire che non ce la facciamo più, che oggi non mi va…

Io oggi mia figlia non la voglio vedere perché sto piena, piena proprio! Non ho dormito, sono tre notti che non dormo. 

[Chiara] – C’erano quei giorni lì e quei giorni lì mi facevano impazzire. Mi facevano impazzire totalmente, perché dicevo “ho bisogno di aria”. 

Libertà di stare a casa, iscriverla al nido, cercare un lavoro

[Chiara] – Infatti diciamo la mia libertà l’ho riacquisita quando – lo raccontavo prima – ho iscritto mia figlia al nido, nonostante non lavorassi. Anche lì sono dovuta comunque andare a combattere un pregiudizio. 

Ma come? Sei a casa! 

[Anna] – “Cos’hai da fare?”

[Chiara] – “Cos’hai da fare?”, e invece no, sono a casa e ho bisogno di ritrovarmi. Ho bisogno di avere tempo per cercare un lavoro. Perché poi la cosa simpatica, no, che succede nella società di oggi è che se iscrivi tua figlia al nido, ma nelle graduatorie tu sei in fondo perché sei a casa, la priorità viene data ai genitori che lavorano, non alle povere mamme licenziate che forse vorrebbero trovarsi un lavoro e che non hanno una rete di supporto che tolga loro anche una o due ore al giorno di cura, di quel lavoro di cura che non viene riconosciuto. 

[Anna] – Vai cercare un lavoro quando devi badare a un bambino molto piccolo! Perché lo sappiamo tutti che cercare un lavoro è un lavoro!

[Chiara] – È un lavoro, un lavoro che io ho fatto per mesi, svegliandomi, facendo tutto quello che c’è da fare. A volte arrivavo all’orario di uscita di scuola di Nina che ancora avevo da fare! E quindi ho dovuto, insomma, “combattere” contro tutta una serie di cose che, però, fino a quel momento non avevo la lucidità per riconoscere, perché mi stavo ancora curando, stavo guarendo.

[Chiara] – Stavo guarendo perché stavo guarendo fisicamente da, appunto, un parto impegnativo e stavo guarendo psicologicamente, quindi da lì…hai accennato alla mia newsletter, ho cercato di fare l’unica cosa che sapessi fare oltre fare la mamma in quel momento, cioè scrivere.

[Chiara] – E quindi ho detto, “Ci sarà qualcun’altra in giro come me”, secondo me, che si è trovata da sola, persa in ospedale come mi ci sono trovata io, che si è trovata silente, inerme davanti a quelle parole, che si è trovata in difficoltà, che non ha avuto il coraggio di chiedere. Io infatti adesso lo dico sempre, chiedete! 

Quando andate in ospedale a partorire, chiedete tutto! Chiedete tutto, qualsiasi dubbio, qualsiasi cosa, dite, parlate! 

[Chiara] – E fatevi sempre accompagnare da qualcuno perché, come dicevi tu, se in quel momento non sei lucida, hai bisogno di qualcuno che lo sia al posto tuo, e spesso un compagno che ti vede soffrire per ore non riesce più ad esserlo. 

Scrivere anche di tematiche scomode

[Chiara] – Quindi ho detto: “scriviamo!”. E quindi è nata la mia newsletter, che si chiama Maternità e altre rivoluzioni, perché la maternità è stata una rivoluzione per me sotto ogni punto di vista, però ha portato anche tante piccole rivoluzioni con sé, e quindi ho cercato appunto di raccontare questo, affrontando varie tematiche, alcune anche scomode, eh, perché ci sono cose che alle persone non gli va di sentire, ci sono cose che le persone non accettano. 

[Chiara] – All’inizio quando ne scrivevo qualcuno mi ha detto “Chiara, però sei sempre un po’ no, non mi sembri mai felice” e io ho detto “No, perché? Io sto scrivendo delle cose che riguardano delle tematiche vere, dei momenti che si alternano ai momenti di felicità”. Quindi, ritornando al discorso che tu mi dicevi, l’ambivalenza non è accettata! Perché è un po’ come in tutto, no?

Se lavori devi essere felice. “Ma come, è il lavoro dei tuoi sogni, non sei felice? Sei sposata, è l’uomo della tua vita, devi essere felice. Ma come non sei felice?” Quindi anche la maternità: ma come, hai voluto un figlio, adesso non sei felice? 

[Chiara] – Questa roba qui alle persone non piace perché riflette un po’, secondo me anche il fatto che magari spesso ci si gira un po’ dall’altra parte, no? Si ha poco tempo per la cura degli altri, perché si ha poco tempo anche per la nostra cura.

[Chiara] – E soprattutto ci spinge a guardarci un po’ dentro, quindi magari a interrogarci su delle cose e quindi è doloroso, cioè guardarsi dentro è doloroso. Io ho fatto psicoterapia per tanto tempo, le sedute sono dolorose…

[Anna] – È una fatica!

[Chiara] – Una fatica! Devi metterti in discussione non su “cose piccole”, devi metterti in discussione sul tuo io vero. Insomma, pesa, pesa tantissimo, però questo non significa che io non sia una mamma amorevole, che non sia felice di essere la madre di Nina, che non sia felice nel fare la mamma. 

[Chiara] – Però mi manca, mi mancava l’altra parte, mi mancava lavorare, mi mancava vedere le persone al mattino, mi mancava parlare delle cose che mi piacciono. Con mia figlia ci parlo di tutto, infatti mia figlia parla tantissimo per avere un anno e mezzo, pure troppo [ridono NdR], perché secondo me con lei ho parlato di tutto dal primo giorno e quindi sì, l’ho detto, ho detto riprendiamoci quel momento in cui riprendiamo uno spazio nostro. 

[Chiara] – Io oggi sono qui comunque con tanto coraggio perché ho lasciato mia figlia col padre, ovviamente non un estraneo, ma per tre giorni senza di me.

[Anna] – È la prima volta che la lasciate per così tanto?

[Chiara] – Sì! Per così tanto sì.

[Anna] – Grazie! 

[Chiara] – Grazie a te! Perché è stato…Mi hai messo alla prova, ma è stata una bella prova!

[Anna] – So che è sfidante, però vedrai che la prossima volta saranno quattro, cinque, sei e…No, volevo chiudere il cerchio su una cosa che hai detto all’inizio. Dicevi, io non ho denunciato quel datore di lavoro perché è troppo faticoso, mentalmente questa cosa ti distrugge, però quello che stiamo facendo noi oggi è un po’ quella cosa lì – non dal punto di vista legale, io non ho quel ruolo lì, però sento di avere quel ruolo un po’ più di denuncia, perché (sempre per utilizzare parole forti) siamo un po’ un esercito ad aver vissuto certe cose e siamo anche un po’ stanche di non sentirle mai raccontare. Quindi, intanto ti ringrazio per questo questa condivisione.

Cos’è stato per te nascere madre?  

[Anna] – Per concludere ritornerei su una frase che ho letto nella tua newsletter recentemente che diceva: «La maternità è travolgente, meravigliosa, difficile e spesso non è quel viaggio che ti aspetti». E queste parole tu le hai scritte dopo che hai raccontato di aver incontrato una donna, che era incinta, se non ricordo male.

[Anna] – E non hai avuto il cuore di risponderle in modo, diciamo, molto diretto quando lei ti ha chiesto “Ma allora com’è andata? Cioè, cosa mi aspetta?”. E tu sei rimasta un po’, diciamo, un po’ più sulla superficie, insomma, non volevi edulcorare la pillola…e quindi, se dovessi rincontrare quella donna, o le prossime che potremmo incontrare tutti noi per strada e volessi essere sincera, cosa le diresti su che cosa è stato per te il nascere madre?

[Chiara] – Mi metti in difficoltà…Che cosa è stato?!

È stato un po’ morire e un po’ rinascere. 

[Chiara] – Ed è stato sicuramente accettare di non poter controllare tutto nella vita – che era un po’ questa onnipotenza, no?, che magari mi sentivo prima. Ho accettato che le cose non sono sempre in nostro controllo e va bene così. Ho accettato che, a volte, delle cose belle arrivano anche dopo cose brutte e che la maternità ti insegna la leggerezza. 

[Chiara] – Ecco, nonostante la fatica, nonostante, appunto, lo dico sempre, tutto quello che poteva andare storto, male per me è andato, proprio tutto, tutto. E però io non voglio essere quella cosa lì, perché la mia maternità è stata consapevolezza del fatto che i momenti in cui io sono madre, appunto, sono i momenti di maggiore leggerezza. 

[Chiara] – Sono i momenti in cui io e Nina cantiamo, balliamo, giochiamo insieme, inventiamo nuovi giochi, corriamo, ci facciamo le linguacce e quella cosa lì non è un romanticizzare la maternità, no. È semplicemente il vero senso dell’essere mamma oltre tutto il resto. Però se dovessi rincontrare quella mamma lì, le direi sicuramente che ce la facciamo, perché ce la facciamo, però non è che ce la facciamo perché “siamo donne, possiamo fare tutto”, no.

Ce la facciamo perché ne parliamo, perché ci supportiamo, perché non abbiamo vergogna di dire anche quello che non va. 

[Chiara] – Non abbiamo vergogna di dire che “non ce la faccio più ad allattare” e basta. Mi sono scocciata di svegliarmi la notte, voglio dormire, non ce la facciamo più a fare tante cose, abbiamo bisogno di aiuto e quindi sì, diciamo, ecco, che la forza della maternità mi ha insegnato a chiedere aiuto, a dire «non ce la faccio» e quindi la facciamo in un altro modo questa cosa qui.

[Anna] – Grazie Chiara, grazie per aver tirato fuori anche questa vulnerabilità, per essere andata oltre il senso di vergogna, che dobbiamo proprio lasciare a casa. Grazie di cuore per aver raccontato la tua storia, grazie a voi per aver averla ascoltata!

[Chiara] – Grazie!

Credits

“Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace ed è prodotto da Nidi Fioriti, una Fondazione che cammina accanto ai genitori nel tempo unico dell’infanzia.

Musiche © Pablo Sepulveda Godoy

Produzione video © Andrea Sanna

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