Grembo: “Essere una mamma neurodivergente” con Gaia Mazzucco

Vi do il benvenuto su Grembo (ep. 44)

Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo.

In questo podcast vi accompagnerò attraverso storie di donne e uomini che condivideranno il loro “racconto di pancia”. Lo farò mettendo da parte i preconcetti per raccontare una genitorialità diversa, senza filtri, senza giudizi.

Il grembo è il luogo da cui tutti noi veniamo, il nostro porto sicuro, ma è anche la nostra finestra sul mondo.

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Il libro “Nascere è un verbo plurale”

Prima di lasciarvi all’ascolto dell’episodio di oggi voglio ricordarvi che le storie che avete ascoltato in questo podcast, i vostri racconti, le vostre voci, ma anche la mia storia – che qui non avete mai ascoltato – hanno ispirato la nascita di un libro. 

Si intitola “Nascere è un verbo plurale. Una grammatica imperfetta per gravidanza, parto e genitorialità”, edito da San Paolo.

È un libro che nasce dalle domande. Dalla prima, quella in cui ci si chiede se diventare genitori o meno, ma anche del come si diventa genitori, una volta dentro. Si parla di quando l’attesa si allunga e un figlio non arriva. Di quando l’attesa arriva, ma non è affatto “dolce”. Di quando il parto assomiglia poco all’immaginario e molto alla realtà.

È un libro che parla di allattamenti, di un mondo che, spesso, non è a misura di bambino. Parla di padri, che non sono “mammi”. Parla di rientro al lavoro, di stanchezza, di sonno che manca. Parla di fratelli che arrivano, oppure no. Parla anche di quando le cose non vanno come dovrebbero.

A differenza delle risposte facili o dei consigli non richiesti (per quelli ci sono ChatGPT o i parenti) questo libro prova a stare dentro le domande.

È un invito a rallentare, a fare spazio, a non sentirsi sbagliati. E a scoprire che, anche senza manuale, si può trovare una strada. La propria.

Trovate il libro in tutte le librerie e online – ma, se potete, sostenete le librerie di quartiere!

E ora: spazio all’episodio!

Introduzione

“Conosci te stesso”, così recitava il celebre oracolo di Delfi. Queste parole sono diventate nel tempo il punto da cui tutto è partito per Gaia Mazzucco, una mamma che, proprio attraverso la maternità, ha iniziato davvero a conoscersi.

Con l’arrivo di suo figlio, Gaia ha iniziato a unire i puntini. 

Comportamenti, sensazioni, fatiche che conosceva da sempre, ma che solo dopo hanno trovato un nome: neurodivergenza. 

In quest’episodio abbiamo affrontato un tema di cui si parla sempre di più, ma che spesso resta in superficie; perché oggi in molti dicono «sono un po’ ADHD», ma la realtà è molto più complessa e, a volte, faticosa.

Quella di Gaia è una storia che intreccia due percorsi: quello di una madre e quello di un figlio. Una storia che parte dai primi segnali, dai dubbi, da sensazioni sottili che vanno approfondite. Abbiamo parlato di diagnosi e di cosa significa riceverla da adulti. E abbiamo parlato di corpi che cambiano, di post-partum complesso, di ipercontrollo, ma soprattutto abbiamo parlato di consapevolezza. 

La consapevolezza che nasce dalle domande, dall’indagarsi, dall’andare a fondo, anche quando si fa fatica. 

Perché no, non siamo tutti un po’ ADHD, ma di certo, grazie anche al racconto di Gaia, possiamo metterci di più all’ascolto ed evitare etichette inutili.

Intervista a Gaia Mazzucco

[Anna] – Benvenute a questa registrazione live di Grembo, la seconda registrazione nel Festival di Nidi Fioriti a Milano. Io sono felicissima di essere in questo contesto per raccontare storie di nascita e oggi ho il piacere di avere di fianco a me Gaia Mazzucco. 

[Gaia] – Ciao Anna, grazie!

[Anna] – Benvenuta!

[Anna] – Con lei parleremo della sua storia di maternità e di un tema che so che è molto caldo, che vi sta molto a cuore che sono le neurodivergenze. Quindi iniziamo subito. 

[Anna] – Ti chiedo Gaia di presentarti, dirmi chi sei, quanti anni hai, dove vivi, di cosa ti occupi e da chi è composta la tua famiglia.

[Gaia] – Potrei doverti richiedere un attimo l’ordine delle cose…

[Anna] – Dimmele pure in disordine, tranquilla!

[Ridono, NdR]

[Gaia] – Sei abituata ormai! Io sono Gaia Mazzucco, ho 36 anni e vivo a Milano, a Lambrate tra l’altro, qua dietro. Mi occupo di innovazione da diversi anni, e sono anche una coach e una tutor di DSA & ADHD. Ho un figlio – eh, adesso non mi ricordo l’ordine delle domande, ma forse sto anticipando qualcosa. 

[Anna] – Vai tranquilla!

[Gaia] – Ho un figlio di 7 anni e mezzo che si chiama Giovanni e un marito che si chiama Filippo, che ne ha 35.

[Anna] – Perfetto. Di cosa ti occupi l’ha detto, sì…

[Gaia] – Sì, che mi occupo di innovazione all’interno di un’azienda e in più poi faccio delle consulenze esterne. Ho un’associazione culturale che si occupa di benessere nella città di Milano.

[Anna] – Cioè, in realtà, fai una marea di cose, eh, perché io posso dire che ne fai tantissime di attività, per quello mi sembrava la presentazione un po’ breve! Però secondo me nel corso di questa chiacchierata queste cose un po’ emergeranno.

[Anna] – Perché oggi, appunto, racconteremo la tua storia e, come dicevo, c’è una parola che ci accompagnerà spesso nel discorso che è neurodivergenze. E parlare oggi di questo argomento su questo palco penso che sia veramente importante.

Perché sto vedendo troppe persone dire con molta leggerezza “Ah, massì, anch’io sono un po’ ADHD”. 

[Anna] – Come se “non esserlo” fosse un demerito, come se esserlo fosse un complimento, perché vuol dire che fai magari miliardi di cose contemporaneamente.

Dall’ipercinesia, sentire la parola “neurodivergenza”

[Anna] – Io oggi vorrei andare con te oltre le mode, oltre i trend, per raccontare una storia, la tua, e con questo fare un po’ di chiarezza su cosa significa essere realmente un genitore con una neurodivergenza e/o avere figli con una neurodivergenza. Però andiamo con ordine.

[Anna] – Raccontiamo bene del tuo percorso di maternità e del mondo delle neurodivergenze. Era qualcosa che tu conoscevi?

[Gaia] – Allora, assolutamente no, nel senso che, appunto, io ho avuto Giovanni 8 anni fa, quindi, circa 8 anni fa, e ed erano tematiche di cui ancora nessuno parlava, quindi non c’erano…non giravano voci sui social, eh non c’era lo stesso livello di informazione che sicuramente c’è oggi, informazione o disinformazione anche.

[Gaia] – E io, appunto, la prima volta che ho sentito la parola “neurodivergenza” è stato quando mio figlio aveva 3 mesi e abbiamo fatto una visita all’interno dell’ospedale dove poi lui è nato, la Clinica Mangiagalli. 

[Gaia] – E in quella circostanza l’avevamo portato a fare questa visita su consiglio della nostra pediatra, perché Giovanni aveva un problemino alla testa, per cui spesso succedeva che lui rimaneva bloccato in diverse posizioni e facevamo fatica proprio a sbloccarlo, tant’è che poi ha iniziato un percorso sin da subito con l’osteopata. 

[Gaia] – All’inizio mi hanno detto che era una tematica legata al fatto che nella pancia spesso i bambini stanno in una determinata posizione, per cui riprendere e stare dritti poi diventa un po’ difficoltoso, no? Come quando dormi male. Ecco, solo che lui ha dormito male per qualche mese!

[Gaia] – In realtà, nel momento di quella visita, il fisiatra che ci ha visitato, una persona veramente illuminata, mi disse che non era una tematica legata al fatto che aveva tenuto il collo “male” durante la gravidanza, ma che si trattava di ipercinesia. Eh, quindi di fatto lui aveva dei movimenti molto veloci.

Addirittura ai suoi 3 mesi lui parlava di un movimento riconducibile a quello di un bambino di 9, però ovviamente, cioè, quindi di testa si sentiva di 9 mesi, ma poi il suo corpo e i suoi muscoli non erano in grado di tenere dei movimenti così frenetici.

[Gaia] – Questo lo portava ad avere tendenzialmente una sorta di “stiramenti al collo”, cioè gli si bloccava il collo. E, appunto, la prima diagnosi di ipercinesia è arrivata quando lui aveva 3 mesi e quindi mi dice “Ipercinesia”.

E io dico “Scusi, ma che cos’è l’ipercinesia?”, “È un precursore delle neurodivergenze”. Eh, quindi io, anche lì, “Scusi, ma che cosa sono le neurodivergenze?”.

[Gaia] – E al “che cosa sono”, mi spiegò che, appunto, all’interno della neurodivergenza sono riconducibili una serie di disturbi del neurosviluppo che possono fare a capo, quindi, all’ADHD, all’autismo, a diversi altri tipi di neurodivergenza, che però a 3 mesi non erano valutabli, perché il bambino era ovviamente all’inizio del suo percorso di crescita e sviluppo. E quindi mi consigliò di attenzionare Giovanni per tutto il suo percorso. Niente, io lì da quel momento la mia vita…

[Anna] – Ti si è aperto un mondo!

[Gaia] – Esattamente, mi si è aperto un mondo.

Unire i puntini

[Anna] – Quando ci siamo incontrate mi hai detto «ho imparato a conoscere me stessa solo diventando mamma». E questo “conosci te stesso”, che ci ricorda un po’ l’oracolo di Delfi, è stato un po’ il punto, un po’, di partenza. Perché è vero che è partito da Giovanni tutto questo “cambio”, questa apertura su questi temi, però per te questo ha significato anche iniziare un percorso, un percorso di diagnosi.

[Gaia] – Sì, un percorso prima che di diagnosi di consapevolezza, nel senso che io ho avuto…quando sono rimasta incinta di Giovanni avevo 28 anni, quindi ero tendenzialmente giovane per il momento storico, ecco, diciamo, avevo comunque fatto l’università, quindi ero ancora all’inizio del mio percorso lavorativo.

[Gaia] – La nascita di Giovanni non era prevista, quindi è arrivata e ovviamente io ero felice che fosse arrivata, ma ovviamente è stata un po’ uno shock. Quindi ho dovuto intanto accettare questo, prima di tutto, e l’evoluzione che questo porta con sé in generale, indipendentemente dal fatto che un bambino sia o meno neurodivergente. Eh è così sempre, no? Credo, almeno io ne ho avuto uno di figlio, ma immagino che lo sia un po’ per tutti e per tutte. 

[Gaia] – Ehm, nel momento in cui lui intanto è venuto al mondo, io ho iniziato intanto sicuramente a fare della ricerca. Nel fare la ricerca, piano piano, ho incontrato diversi professionisti e professioniste che hanno supportato noi come genitori in questo percorso. 

E, professionista dopo professionista, dal neuropsichiatra allo psicologo, al fisiatra, ecc., ho collegato puntini su di lui, che poi sono tornati un po’ all’analisi della mia storia.

[Gaia] – Quindi delle diverse difficoltà che io avevo avuto, quindi l’iper-percezione sensoriale, la velocità di pensiero, la stanchezza emotiva che mi procura stare in luoghi particolarmente affollati, la noia (un’estrema noia!), e diverse altre tematiche che, appunto, facendo poi delle domande alle persone che poi hanno preso in gestione Giovanni…

Ho chiesto, “scusate ma, avrei una domanda, ma come funziona con la genetica?” 

[Gaia] – Perché io sto ritrovando in Giovanni alcune cose che io ho ritrovato in me quando ero piccola, e in me grande. Cioè ancora delle fatiche che, ovviamente, poi ho trovato il modo per, insomma, “uscirne” – ognuno in qualche modo gliela fa, eh – però con estrema difficoltà.

[Gaia] – E loro, cioè, mi ricordo che una di queste persone mi disse: «Eh la percentuale sulle neurodivergenze è molto alta, quindi se tu, genitore, ce l’hai (o comunque parente di primo livello e, particolarmente, genitore)…con una neurodivergenza, c’è un’altissima probabilità di passarla. Poi ovviamente c’è genetica ed epigenetica e questa sicuramente è una grande consapevolezza che poi volevo portare anche qui.

Nel senso che la genetica, come si sa, è quello che hai dentro. Poi c’è tutto il contesto, e il contesto supporta. 

[Gaia] – A Giovanni noi stiamo cercando con tutti noi stessi di dargli un contesto accogliente e potenziante per quello che può essere, ovviamente, un contesto consapevole. Io non l’ho avuto e questo sicuramente ha portato me, poi, a fare diversi percorsi. 

Ricevere la diagnosi a 33 anni

[Gaia] – La consapevolezza in realtà è arrivata poi con una diagnosi a 33 anni, in cui io ho ricevuto le mie tre diagnosi che sono: quella di autismo ad alto funzionamento, ADHD e alto potenziale cognitivo.

[Anna] – E quando ti hanno detto queste tre cose, per te, cosa ha significato?

[Gaia] – È stato…guarda ho i brividi ancora adesso. È stato un “Ah, eccallà”. Cioè è stato un “Ok, bene, grazie, ora la mia vita ha un senso“. Quindi ora mi riesco a spiegare delle cose…che non è una giustificazione di te stesso, eh, perché poi, appunto, adesso c’è tutto il risvolto, poi magari ne parliamo dopo del discorso del “ma vabbè, adesso sono tutti ADHD e l’ADHD è una scusa” – l’ADHD o qualunque altra cosa, cercare di non parlare di una sola cosa. In realtà no, nel senso che è il “conosci te stesso”.

Conosci te stessa. 

[Gaia] – Quindi io sono consapevole dei miei limiti e delle mie possibilità, delle mie potenzialità e questo è un regalo grandissimo. Cioè questo è un regalo grandissimo, indipendentemente da tu che sia qualunque cosa, cioè in realtà anche se sei una persona neurotipica, “normalmente” il sapere che come funzioni, il sapere che stare in un contesto con le luci molto forti mi dà fastidio, cerchi di non metterti con le luci molto forti. Poi ovviamente succederà, però se tu lo sai, sai meglio.

[Anna] – Puoi prevenire situazioni di disagio, di fatica. Certo.

[Gaia] – Puoi prevenire, assolutamente. Questo è il tema.

[Anna] – Facciamo un passo indietro, perché noi siamo partiti subito a bomba giustamente sull’argomento che è la cosa che ci interessa di più e hai raccontato anche che tutta questa consapevolezza è arrivata dopo, con l’arrivo di Giovanni in cui tu guardandoti un po’ indietro hai messo in fila, no, i puntini, hai dato un senso e hai detto un “Ah, adesso capisco”. 

Immaginare la maternità e scoprire la pazienza

[Anna] – Però facendo un passo indietro, prima dell’arrivo di Giovanni, intanto la maternità era qualcosa per te che avevi valutato, che avevi desiderato, come hai affrontato questa strada, questa possibile scelta insieme al tuo compagno?

[Gaia] – La maternità era una cosa che io avevo scelto di volere nella vita. Nel senso che mi immaginavo dopo i 30 anni con un figlio. È arrivato prima! E quindi ovviamente l’abbiamo accolto con tutte le difficoltà nel caso, appunto. 

[Gaia] – Il mio attuale marito e, all’epoca, compagno è un anno più piccolo di me, quindi lui ne aveva 27, io 28. E quindi ovviamente è stato complesso, è stato complesso perché eravamo in un momento di crescita sia personale che professionale, per cui l’arrivo di un figlio… insomma, io mi ricordo quando l’ho detto in azienda più erano più sconvolti loro di me.

[Gaia ride, NdR]

[Anna] – Ma perché siete così sconvolti?

[Gaia] – Tu, Gaia, in che senso? Ma sei sicura? Ma l’hai fatto bene il test? E i miei amici idem, nel senso che noi eravamo la prima coppia del giro dei nostri amici – che oggi stanno avendo, insomma, tutti i loro figli – a dare questa notizia. Ed è stato sicuramente un momento forte, che però in realtà, secondo me, cioè senza “secondo me”, in realtà ci ha permesso di entrare molto molto presto, toccare quelli che fossero i nostri limiti e farli diventare dei punti di forza, diciamo così. 

Sicuramente la pazienza, e la pazienza con un bambino neurodivergente non deve essere 10 volte, ma 40. 

[Gaia] – Eh io ho dei nipoti e la differenza la noto, e (oltre ai) nipoti ovviamente altri bambini, che ne conosco…E quindi ovviamente lì devi sviluppare tutta la parte di co-regolazione emotiva, perché un bambino non si regola da solo, il bambino si co-regola insieme al genitore, nel senso che se il genitore riesce a regolare se stesso, allora il bambino è co-regolato. 

[Gaia] – Questa è una grandissima responsabilità che quando la capisci è un martello sulla testa. Poi, però, quando invece capisci come attivare questa roba qua…ed è un lavoro! Io sono diventata mindfulness trainer, ho fatto un grandissimo lavoro su di me, perché è stato necessario per arrivare a. Tra l’altro da neurodivergente io stessa, quindi insomma, è servito a me stessa e poi a lui perché eh, la pazienza, che è una cosa che io di certo non è una mia una mia capacità primaria, eh allenarla…

[Anna] – Sei in buona compagnia con me, vai tranquilla.

[Gaia] – Esatto. 

[Ridono, NdR]

[Gaia] – Allenarla è stato necessario e poi mi è servito in generale in tutte le aree della vita, no? 

[Anna] – Certo. 

[Gaia] – Quindi pazientare. “Aspetta, devi”, “devo aspettare che lui…”, “devo stare con lui a giocare”. Che palle! E invece sì, devi stare nella relazione e giocare con lui. È lì che sta la difficoltà, no? Eh, però questa cosa torna al bambino in una maniera pazzesca.

[Anna] – Proprio stamattina su questo palco abbiamo fatto un incontro molto bello che si intitolava “Crescere bambini gentili in un mondo rumoroso” ed è intervenuta una pediatra che lavora anche nell’ambito dell’ayurvedica.

[Gaia] – Fantastico!

[Anna] – E ha citato proprio il tema dei neuroni specchio, del fatto di quanto sia importante, no, il bambino ha come punto di riferimento l’adulto, quindi è fondamentale autoregolarsi noi come adulti e sappiamo che là fuori il mondo è pieno di adulti che non riescono ad autoregolarsi e quindi, di conseguenza, i bambini si comportano da bambini e quindi sì, è un compito molto complesso.

Disturbi alimentari, iperemesi e diabete gestazionale

[Anna] – Ritorno sulla tua storia e sulle cose che mi hai raccontato quando ci siamo parlate, perché mi avevi detto che una delle conseguenze dell’autismo – e l’hai capito solo dopo – è stata l’anoressia che tu hai vissuto da bambina. 

[Anna] – Per molte donne il tema del cambiamento del corpo in gravidanza è un tema importante, cioè si fa fatica ad accettare un corpo che evolve, che cambia forma, che poi magari fa fatica a tornare come prima. E quindi per molte questa sensazione non è positiva e le fa anche proprio desistere da un desiderio magari di diventare madre, ma che non vuole passare attraverso questa trasformazione fisica, oltre che emotiva. 

[Anna] – In base alla tua storia, come hai vissuto tu questa trasformazione? È stato difficile per te accettare un corpo che stava cambiando?

[Gaia] – Allora, sì, torno al tema dei disturbi alimentari. Il tema dei disturbi alimentari – unendo un po’ tutti i puntini, io sono stata anoressica e bulimica – è stato collegato poi alle neurodivergenze. 

Nel senso che il senso di controllo che tu senti di dover avere su tutto (perché ti perdi altre cose), dove lo porti? Lo porti tendenzialmente sulle cose che tu riesci più a controllare, il cibo.

[Gaia] – Ovviamente non per tutti è così, ma spesso accade, soprattutto nei disturbi alimentari è quello che accade. Io mi sono ammalata di anoressia a 11 anni, quindi ero molto piccolina. Poi ho lavorato sul tema dei traumi genitoriali, che sicuramente hanno fatto una grandissima parte, ma di fatto il “scopri te stesso” poi è andato avanti con la terapia, con la terapia sono arrivate tante informazioni e poi è arrivata…Avevo risolto tutto, più o meno, insomma, ecco, abbastanza. 

Erano anni che io non avevo disturbi alimentari e poi è arrivata la maternità.

[Gaia] – Ovviamente con la maternità il corpo, come dicevi tu, Anna, cambia, ma non cambia solo il corpo, cambiano tante le emozioni. Io oltretutto nella mia gravidanza ho sofferto sia di iperemesi gravidica che di diabete gestazionale.

[Anna] – Ricordo per i non addetti ai lavori, l’iperemesi gravidica è uno stato di malessere reale continuo in cui, ve la dico in parole povere, si vomita tutti i giorni.

[Gaia] – Fino ai nove mesi!

[Anna] – Esatto, può durare molti mesi. E quindi è molto faticoso, ti mette a dura prova!

[Gaia] – Sì, sì. E oltretutto mi avevano trovato il diabete gestazionale, eh, quindi “una festa grande”…

[Anna] – E una dieta da seguire, mamma mia…

[Gaia] – Una dieta da seguire. Quindi io praticamente ho preso in tutta la gravidanza pochissimi chili, perché un po’ stavo male costantemente, un po’ avevo questa dieta in cui gli zuccheri me li sognavo, cioè avevo tipo un gelato al mese!

E un sacco di pere con la buccia, me le ricordo tutte. Non posso più mangiare le pere!

[Anna] – E ci credo!

[Ridono, NdR]

[Gaia] – E però, vabbè, a parte questo, in generale è stato provante sicuramente. Poi il tema della glicemia, dovevo prendere la glicemia tutte le mattine, pomeriggio e sera…870 volte, cioè comunque anche uno stress importante, però insomma si fa tutto, come sempre. 

Il ritorno dei disturbi nel post-partum: stare allerta

[Gaia] – Io ho visto il mio corpo cambiare. Devo dire che, probabilmente, anche il fatto che non ho preso tanto peso…nel senso che “era tutta panza”, avevo una panza enorme, però poi col fatto che un po’ ero a dieta, un po’ stavo male, di fatto è successo questo. 

Quello che è accaduto è stato il dopo. Nel senso che dopo il parto io ho iniziato a mangiare “per colore”. 

[Gaia] – Quindi il tema dei disturbi alimentari…e questa cosa, però, mi era stata data avvisaglia in realtà “per tempo” dalla mia ginecologa dell’epoca, che sapeva dei disturbi alimentari che avevo avuto. E mi disse, “Guarda che spesso nelle donne che hanno avuto disturbi alimentari, dopo la gravidanza tu devi riprenderti il corpo e ritornano i disturbi, quindi stiamo allerta”. 

[Gaia] – Grazie a Dio ero allerta ed è successo, insomma, che io praticamente mangiavo bianco, giallo e poche cose verdi, e con un fantastico ritmo, no? Me ne sono accorta subito, me ne sono accorta io, se ne accorto mio marito. E quindi io sono tornata subito in psicoterapia, anche in collaborazione poi con la mia ginecologa eccetera eccetera.

[Gaia] – È durato 3-4 mesi il post-partum, quindi un po’ la depressione, insomma, i baby blues e tutte cose…

[Anna] – Adesso ci arriviamo anche a quella parte lì, perché è un capitolo complesso!

[Gaia] – Assolutamente! Però questo sicuramente è un punto di attenzione che io porto, nel senso che quando so che qualcuno che conosco ha sofferto di disturbi alimentari da giovane, da ragazzina, da grandi eccetera, è un punto. 

[Gaia] – È un punto perché ti cambia tutto e, chiaramente, l’unica cosa ferma, come sempre per chi ha avuto disturbi alimentari è il controllo del cibo. 

L’ipercontrollo a volte ti fa sentire serena, ma poi non è così ovviamente, no? Scombina poi altre cose. 

[Anna] – Certo! 

Vivere il tempo d’attesa

[Anna] – E come trascorre la gravidanza? Perché poi la gravidanza è un tempo lungo, più o meno lungo in base alla percezione che uno ha di questo tempo, con delle visite dettate, dei degli appuntamenti. Quindi, come hai vissuto questa attesa? Sia nel corpo che nella mente soprattutto?

[Gaia] – Sì, io devo dire che è stato un momento…io che sono una che non si ferma mai e che avrebbe bisogno invece di rallentare, fermarsi e ogni tanto mi faccio dare “due sberle” da qualcuno, che mi dice, “Hai fatto queste 250 cose. Ok, adesso togli questo, questo, questo, questo”. Più o meno così con le mie migliori amiche e mio marito…

[Anna] – Raccontami a che corso ti sei iscritta quando hai scoperto di essere incinta, perché questo mi ha fatto molto ridere, nel senso buono!

[Ridono, NdR]

[Gaia] – Volevo iscrivermi, ma non mi è stato permesso!

[Anna] – Esatto!

[Gaia] – No, eh dico, vabbè, insomma, “ho questi questi mesi di maternità, dopo, ma che faccio?” Cioè mi annoierò a morte, no? 

Quindi, ma perché non fare un fantastico corso intensivo di inglese madrelingua? 

[Gaia] – Vado da mia madre che all’epoca lavorava in un negozio con di fianco una delle scuole inglesi famose e le dico, “Senti, ho preso questa decisione, vado dal tuo amico e mi iscrivo al corso, tanto cosa c’ho da fare dopo?”. Lei mi fa, “Mi sembra una cavolata, eh, però tu vai a sentire”. Mia madre ha detto “Secondo me, non è il caso, però senti l’impegno”. 

[Gaia] – Eh, io vado da questo signore che mi guarda e, avevo la pancia ovviamente, e dico “Guarda, io sono incinta, però comunque avrò dei mesi di maternità in cui stare a casa”. Lui mi guarda e mi dice, “Tu sei fuori”.

[Ridono, NdR]

[Gaia] – E io, insomma, “In che senso? Perché sono fuori?”. (E lui) “Ma no, ma come puoi pensare, cioè io ho due figli, ma tu sei fuori?” E fa, “No, come puoi pensare di riuscire a fare qualcos’altro se non, i primi 3-4 mesi, gestire un neonato? – che è anche il primo che vedi nella vita”. E ho detto, “No, vabbè, ma dai, ma no, ma ci ripensi!”. Io cercavo commercialmente di vendermi a lui per pagare un sacco di soldi e iscrivermi a questo corso.

[Gaia] – Alla fine, vabbè, insomma, un po’ lui, un po’ io…non l’ho fatto. 

E grazie a Dio non l’ho fatto, perché non riuscivo nemmeno a farmi una doccia – come ovviamente tutti sanno che è, soprattutto al primo figlio. 

[Gaia] – Poi Giovanni non ha mai dormito…

[Anna] – Mamma mia.

[Gaia] –  Mai. Anche adesso!

[Anna] – Non diciamo quanti anni ha (adesso). No vabbè, l’hai detto all’inizio…

[Gaia] – No, non diciamolo, non diciamolo…

[Anna] – Perché ci sono tanti neonati qua intorno!

[Ridono, NdR]

[Anna] – Esatto. Assolutamente. “Va tutto bene”. 

Il parto e il primo incontro

[Anna] – E quindi arriviamo al momento fatidico del parto. Intanto sei arrivata a termine? Nonostante le fatiche, l’iperemesi…

[Gaia] – Nove mesi spaccati. Mio figlio, molto preciso, proprio il giorno del nono mese!

[Anna] – È partito il travaglio?

[Gaia] – DPP [Data Presunta del Parto, NdR] si sono rotte le acque.

[Anna] – Esattamente quello?

[Gaia] – Io sono arrivata un giorno dopo e sono arrivata tardi, nel senso che io sentivo, però ho detto “Ma vabbè, sto a casa”. Sono sono andata un po’ prima, troppo prima, poi sono andata dopo, mi ha detto “Troppo tardi”, “Vabbè, ma in che senso?”. 

[Anna] – “Ah, scusi”!

[Gaia] – Ho detto “vabbè”! E quindi sono stata lì un giorno in più perché avevo le acque rotte e tutto bene, ho fatto un parto naturale con, vabbè, 17 ore di travaglio, ma al primo figlio più o meno è la media…Però epidurale meravigliosa, da rifare tutta la vita. Non ho, cioè non ho sofferto molto, cioè all’inizio, poi però insomma è andata bene.

[Anna] – E com’è stato prendere Giovanni tra le braccia, il primo momento?

[Gaia] – Bello, bello, bellissimo.

[Anna] – Un bell’incontro.

[Gaia] – Molto bello. Era pieno di capelli neri, dritti in testa.

[Anna] – Era punk?

[Gaia] – Sembrava Goku! Sì, sì, sì. Era meraviglioso, piccolissimo. E vabbè, insomma, tutti i bambini adesso, ovviamente, quando sono piccolissimi così sono spaziali!

Il rientro a casa: post-partum a dicembre

[Anna] – E rimani in ospedale i classici tre giorni?

[Gaia] – Sì, sì, due o tre giorni. Sì, sì. E poi…

[Anna] – E poi c’è il famoso rientro a casa! Un momento…

[Gaia] – L’ansia! [Gaia ride, NdR]

[Anna] – Ehhh, perché una passa dalla “spa” dell’ospedale, dove sei iper coccolata (se ci va bene ovviamente), dove si prendono molto cura di te – sempre se si incontrano ovviamente i professionisti giusti…

[Gaia] – C’è il nido!

[Anna] – C’è il nido, sì. E poi, invece, a casa, la storia cambia. Ci tengo a parlare molto del post in questo podcast, perché spesso ci si concentra molto e troppo sull’attesa e ci si dimentica del post che è la parte è una parte molto faticosa.

Perché subentra la stanchezza, la fatica, la mancanza di sonno, la fatica magari dell’allattamento fino a baby blues e possibile depressione post-partum. 

[Anna] – Quindi com’è stata, nella tua storia, questa fase?

[Gaia] – Vabbè, ovviamente i primi periodi ansia, insomma, di qualunque cosa, eh, poi appunto Giovanni aveva questo problema con la testina, quindi ansia! Eravamo tipo… una volta alla settimana io convincevo mio marito a andare al pronto soccorso, ma lui cercava di convincermi di non andare, io gli dicevo “No, ti denuncio se non mi porti”. Cose del genere. 

[Gaia] – E quindi alla fine ci andavamo e puntualmente non era nulla. Nel momento in cui stavamo arrivando in macchina gli si sbloccava il collo! Ormai però dovevamo andare perché almeno si sbloccava il collo. 

[Gaia] – Io ho partorito a dicembre, quindi…lo sconsiglio! Nel senso che è un momento dove a Milano fa un freddo becco, piove, nevica. Tu puoi uscire poco perché sto bambino è piccolo, la gente fuori è poca, ce n’è poca, si sta tanto in casa.

Già c’è poca luce, quindi già il baby blues ti arriva anche solo perché è inverno, anche se non hai partorito!

[Anna] – Già solo se sei a Milano!

[Gaia] – Esatto. Infatti forse il problema è questo, pensiamoci…E no, in generale è stata dura passare i primi 3 mesi in casa con Gio. Poi io, tra l’altro, vabbè, Filippo lavorava tutto il giorno, arrivava a casa alle 7:30 e mia mamma lavorava, quindi comunque arrivava anche lei alla sera. 

[Gaia] – Io al terzo mese che…vabbè Giovanni non dormiva, non dormiva mai! 

Non dormiva e soprattutto il primo mese dormiva solo sulla mia pancia e io, ho detto l’ansia di schiacciarlo, ma poi volevo dormire! E allora ho chiamato una puericultrice del sonno.  

[Gaia] – Lungi da me, nel senso che prima di sceglierne una ce ne ho messo, ho chiamato tipo 87 persone, 87.000 consigli, era un po’…ho fatto un Excel! E quando faccio fatica a scegliere le cose faccio degli Excel. Alla fine ho trovato questa persona che in realtà è stata molto brava, perché intanto mi ha aiutato a mettere Giovanni giù dal mio corpo e quindi già questo per me era un grandissimo valore aggiunto e, di fatto, era un po’ una pacca sulla spalla.

[Gaia] – Perché poi Gio, insomma, non aveva problemi col latte, con l’allattamento. Io avevo molto latte, ma lui aveva sempre questo reflusso un po’ collegato anche al tema dell’iperattività ho scoperto – nel senso che si muoveva moltissimo, quindi digeriva male e poi aveva tutti i problemi successivi. Eh quindi trova il latte giusto, fai l’aggiunta, due palle infinite. Alla fine abbiamo trovato un po’ un senso e lì aveva già 4 mesi. Io sono tornata a lavorare che Giovanni aveva 5 e mezzo, quindi molto presto. 

[Anna] – Presto, sì

[Gaia] – Molto presto! Perché tanto comunque di fatto non dormivo prima, non dormire al lavoro, forse mi rilassavo un po’ al lavoro. 

[Anna] – Sì, in effetti questa sensazione del “vado al lavoro per riposarmi” l’ho sentita spesso! [Ridono, NdR]

[Gaia] – Sì sì, totale! Anche adesso eh! Quindi, appunto, i primi mesi: ansia! Poi, piano piano, ho preso un po’ di consapevolezza, un po’ gli amici, cioè gli amici, le amiche che venivano a trovarti sono stati sicuramente un sollievo, anche perché Gio era il primo bambino, quindi ovviamente tutti super felici, a spupazzarlo!

[Gaia] – Ehm, e poi vabbè, sicuramente anche un po’ un supporto di questa persona che c’era venuta ad aiutare e che io richiamerei – ecco, su questo, se uno sente il bisogno di farsi supportare, io direi “provate!”. 

[Anna] – È importante!

[Gaia] – Sì, sì! E poi, piano piano, un po’ il rientro al lavoro, un po’ la routine che si crea…ti si ricrea una nuova routine, ovviamente, ça va sans dire, però alla fine diciamo che tutto un po’ rientra nella normalità!

[Anna] – Si sistema! Certo. 

Iper-performatività, controllo e doppia pesata

[Anna] – Iper-performatività.

[Gaia] – Eccola!

[Anna] – È una parola che per un non-addetto ai lavori come me fa pensare a un’immagine di maternità performativa, che anche questo va molto di moda, e che accomuna molte di noi. Nella tua storia l’iper-performatività si incontra anche con l’alto funzionamento. E qui usciamo dalle sensazioni o dai periodi delle mode che dicevamo prima, l’alto funzionamento che per molti può sembrare un grande regalo, in realtà non racconta la fatica – che anche tu hai citato.

E il modo in cui spesso si prova a nascondere la fatica è proprio l’iper-performatività. 

[Anna] – Quindi vorrei chiederti come vivi tu questo sulla tua pelle, se ti capita di confrontarti con altri genitori su questi temi? Mi hai raccontato che hai fatto outing con le persone intorno a te con cui lavori, quindi mi racconti com’è andata questa percezione da parte degli altri?

[Gaia] – Allora, faccio un attimo un passo indietro, perché mi è venuto un collegamento legato alla maternità che c’è col tema della performance, no? E che è un po’ anche l’iper-controllo, cioè nel senso che:

Io mi ricordo che i primi mesi io pesavo Giovanni 87 volte al giorno, cioè tutte le volte che mangiava qualcosa io lo pesavo per vedere se aveva preso del peso. 

[Gaia] – Se ci penso adesso, cioè… ma all’epoca, cioè in quel momento, per me era un “Oddio, sta bene, oddio, non morirà”, però me l’avevano insegnato di fare così, eh? Cioè, il bambino un po’ aveva perso del peso per questi movimenti veloci, insomma una serie di tematiche anche legate alla non digestione, eccetera eccetera. 

[Gaia] – Quindi io un po’ mi sentivo “Oddio, è colpa mia che sto bambino non cresce abbastanza” e tutti me lo guardano e dicono “Com’è magro questo bambino, com’è secco questo bambino, ma mangia?”.

[Anna] – Queste classiche frasi che arrivano così.

[Gaia] – Mia madre compresa! “Ma state facendo abbastanza!?”.

[Anna] – Che poi sono quelle generazioni che hanno vissuto la doppia pesata del pre- e post- poppata o bieberon, che sappiamo essere una roba inutile eppure è ancora tanto diffusa la doppia pesata!

[Gaia] – Ero arrivata alla doppia pesata! Ero arrivata alla doppia pesata che, però, da un lato mi lasciava tranquilla e quindi lo facevo e, dall’altro, dicevo “Madonna, ma che cacchio sto facendo?”, no? E però, appunto, poi anche lì tu fai tutto, testi cose, poi capisci che è una roba non va bene. È come quando fai la dieta dell’ananas, no? Cioè non va bene la dieta dell’ananas, però lo capisci dopo averla fatta che è una cavolata.

E quindi anche lì testi tutto, testi latte, testi pesate, testi diverse cose, eh, e anche lì rientra nel discorso della performance. 

[Gaia] – Quindi io mi ci trovavo bene, cioè io mi ci trovavo nel “se faccio sta roba qua mi sento la madre dell’anno”. Poi forse mi danno un “premio” se prendo tutte le bandierine…e poi vabbè ovviamente nessuno ti dà un premio, ma soprattutto ci sono tante cose che non sarebbe meglio che nessuno ti consigliasse. E sarebbe meglio anche che tu leggessi di meno. 

[Gaia] – Io forse ho letto tutti i libri sulla maternità che c’erano allo scaffale della Mondadori. Anche meno! E oggi, semmai dovessi avere un altro figlio, mi direi “Fidati di te”. Cioè la prima cosa è: senti un po’ quello che senti e vai e ascolta, poi ascolta i professionisti e ascolta un po’ di te. Quindi queste sono le due cose.

[Gaia] – Invece, per ritornare al discorso dell’iper-performance…Tu lo sai che faccio i salti, ma fermami se esagero!

[Anna] – Tranquilla! 

Il confronto con gli altri genitori

[Anna] – Ti avevo chiesto del confronto con gli altri genitori!

[Gaia] – Ecco, allora io su questo ho fatto una cosa, che mi ricordo che è stata bellissima e che rifarei, e che è fare parte di un gruppo di allattamento. Adesso non mi ricordo come si chiamava esattamente, ma all’interno delle ASL fanno questi gruppi – immagino che, insomma, tante persone li conoscano – e io lì, intanto vabbè, non avevo amiche che avevano figli, quindi era un po’ entrare in contatto con una community, no? 

La community di qualunque cosa è fondamentale, perché tu ti trovi nello stesso momento di vita con lo stesso problema. E quindi puoi rompere le palle a qualcuno con il tuo problema senza che questa persona si annoi!

[Anna] – Ed è meraviglioso! [Ridono, NdR]

[Gaia] – È meraviglioso! Cioè che sia un gruppo di allattamento o, non lo so, un gruppo di piante sempreverdi, cioè se ti piacciono le piante sempreverdi, entraci! E quindi questa cosa qui a me è servita tantissimo, perché è stata intanto un posto dove tra l’altro ho conosciuto anche delle diverse persone che poi ci siamo portate, essendo di zona, anche all’asilo, alla alla scuola elementare.

[Gaia] – E quindi è anche un legame, no, di questi bambini che si conoscono da quando avevano 3 mesi – che comunque buttalo via, cioè, è carina come cosa. E poi, di fatto, io ho pianto diverse volte, cioè io andavo lì, ma magari appunto arrivavo, piangevo e allattavo e me ne andavo. Cioè a volte non parlavo neanche, era un posto dove piangere, cioè nel senso di riversare le proprie ansie, preoccupazioni, fatiche con persone che non ti giudicano!

[Gaia] – E quindi fantastico, lì esci dalla performance! 

[Anna] – Esatto!

[Gaia] – Sicuramente quella è una cosa che mi ha tanto aiutato. Il discorso, invece, del “ho fatto outing” è stata una cosa molto recente, anche perché insomma anche la diagnosi è recente, quindi io l’ho detto prima alla famiglia – che non era sconvolta dalla notizia! “Ahh…”

[Anna] – “Un po’ me l’aspettavo”.

[Gaia] – Lo sapevamo! Sì, sì. Le mie migliori amiche mi hanno detto “Vabbè, ma Gaia, ma perché non lo sapevi?”. 

Neurodivergenza in azienda e a scuola

[Gaia] – L’ho detto in azienda anche perché intanto per un discorso…io sto cercando di portare anche qua un cambiamento! E stiamo organizzando dei webinar sulle neurodivergenze all’interno dell’azienda, perché è fondamentale. 

Perché, in realtà, appunto, limiti e punti di forza, ma come tutte le persone, sapere che tu stai lavorando con una persona che fa fatica a stare in una riunione con 50 persone è utile, perché magari trovate un altro strumento, no? 

[Gaia] – E quindi in realtà, appunto, l’ho fatto con alcune persone, l’ho detto all’HR e io, ecco, questo consiglio comunque: oggi c’è una consapevolezza e se non c’è dobbiamo portarla tutti e tutte, le persone che possono farlo. Tutti possono farlo, basta alzare la mano e, come dire, non lo so, è successa questa cosa, è una caratteristica come boh, “so parlare l’inglese” è una caratteristica, no? Io sono così e, niente, lo sappiamo! 

[Anna] – Anzi, addirittura stavo, poco fa, parlando con una collega, Valentina, che mi raccontava che le grandi Big Tech stanno proprio assumendo persone neurodivergenti, per altre ragioni penso…

[Gaia] – Opposte!

[Anna] – Che forse sono un po’ al limite dell’eticità del lavoro.

[Gaia] – Per l’iper-performance! 

[Anna] – E quindi lì ci marci su, invece che dire – come giustamente stai dicendo adesso – te lo racconto perché così mi agevoli, io posso essere migliore nel mio lavoro, se mi metti anche nelle condizioni ideali. Non il contrario, cioè sfrutto questa abilità per farti massimizzare la tua presenza qui a livello lavorativo.

[Gaia] – Sì, io l’unica cosa che mi sento di dirti è che comunque sfrutterai quest’onda, nel senso che poi, anche se lo stanno facendo con quell’idea, io non lo so…

[Anna] – Vai a capire bene, nel profondo…

[Gaia] – È probabile che lo sia, ma comunque magari non è solo quello. In ogni caso, è come dire “intanto avete visto una cosa”, poi cerchiamo di sfruttarla in un senso o in un altro, perché in realtà una persona neurodivergente che si annoia non è produttiva nemmeno per se stessa e sta male. 

Quindi, in realtà, se tu mi fai lavorare bene su qualcosa in cui io vado in focus che è nelle mie corde, che io sento mio, io faccio bene anche a me stesso!

[Gaia] –  Quindi è vero che sono iperproduttiva per l’azienda e quindi all’azienda torna, ma non solo, torna anche alla persona che durante la sua giornata lavorativa è riuscita ad utilizzare bene il suo potenziale. Questo vale anche per i bambini, quindi questo ritorna nel discorso dei bambini, nella scuola, ritorna nel discorso dei bambini del tema di cui parlavo prima, dell’epigenetica, quindi del contesto. Del creare un contesto che sappia accogliere, ascoltare e che porti un beneficio, perché sa che magari è un po’ meno di questo e un po’ più di quello. Quindi qua c’è proprio il tema dell’ascolto, perché poi siamo tutti e tutte diverse, no?

[Anna] – Esatto. Sì, sì. C’è proprio un tema con la scuola e con i bambini che hanno neurodivergenze, anche perché si tende ancora troppo spesso a “correggere” i comportamenti quando invece, molte volte, sono solo richieste di aiuto e lì c’è un aiuto reale che deve essere accolto.

Affrontare la neurodivergenza con un bambino

[Anna] – E quindi, tornando a Giovanni, che oggi ha 7 anni, giusto?

[Gaia] – Sette e mezzo! 

[Anna] – Ero curiosa di sapere se gli hai raccontato di questi temi, li avete affrontati? Sa cosa significa la parola ADHD, Giovanni?

[Gaia] – Allora mio figlio è convinto che io lavori per due aziende, la mia, di cui non si può fare il nome, e ADHD. Quindi, a suo papà gli ha detto “Ma la mamma cosa fa di lavoro?”, “La mamma lavora col computer, ovviamente, e fa questo, e lavora in questa azienda e poi lavora per ADHD”.

“Ma per quale azienda lavora di più?”, “Per l’ADHD ovviamente!”.

[Anna] – Perché lì non ci sono orari! [Ridono, NdR]

[Gaia] – Lì non ci sono orari, comunque, è totalmente vero! Ovviamente Gio sente questa parola. Io mi sono formata, ho fatto il coaching come tutoraggio di ADHD, quindi legge libri, sa leggere ovviamente, quindi legge la parola ADHD in diversi libri che abbiamo a casa. Eh è un bambino curioso, quindi ovviamente chiede. 

[Gaia] – Allora, io ho preso questa scelta, ma ancora perché Giovanni ha 7 anni e mezzo. Allora, Gio è stato diagnosticato circa 6 mesi fa, perché il percorso di diagnosi per l’ADHD presuppone che i bambini debbano aver concluso almeno la prima elementare, perché devono saper leggere e scrivere correttamente. Poi ci sono tutti i vari test. E quindi Giovanni è certificato con un PDP a scuola attivo [Piano Didattico Personalizzato, NdR]

Lui non sa che cos’è l’ADHD – lui è ADHD con disturbo oppositivo-provocatorio e una serie di altre tematiche – ma sa come funziona.

[Gaia] – Cioè io non gli ho voluto dare volontariamente un’etichetta, perché secondo me in questo momento non ce n’era il bisogno, anche confrontandomi con la neuropsichiatra che lo segue. Io gli ho spiegato che io e lui abbiamo tanta energia e che, quindi, noi ci svegliamo molto presto la mattina e papà dorme. E ha bisogno, abbiamo bisogno, di fare tante cose, quindi di muoverci tanto. 

[Gaia] – Lo sport sicuramente è una cosa che gli fa bene. Gli ho spiegato tutte le cose che gli fanno bene e tutte le cose che non gli fanno bene, che non gli fanno bene per come funziona! Quindi ho detto: “tu hai tantissima energia, hai tanta energia, a volte, spesso ,più energia di tante altre persone, e quindi anche in classe tutta questa energia tu devi riuscire un attimino a gestirla nel pieno rispetto di tutte le persone”. 

[Gaia] – Perché poi il concetto è che a volte si usano le diagnosi come giustificazione e io non voglio che mio figlio – non lo voglio su di me, ma non lo voglio neanche su di lui – prenda la sua diagnosi come una giustificazione. 

“Ah, io sono ADHD, io ho un DSA, allora io non farò mai questa cosa”. No, non funziona così. 

[Gaia] – Si lavora insieme a dei professionisti con dei piani di trattamento che vanno dalla psicoterapia al parent training eccetera eccetera, e che hanno il fine di far star bene tutti e tutte le persone con i propri funzionamenti, all’interno di un contesto che nasce per i neurotipici. E quindi il contesto non è pronto, il contesto deve essere reso consapevole. 

[Gaia] – Il contesto può essere la scuola, può essere il lavoro, può essere un gruppo di amici. Cioè le mie amiche sanno che io alle 10 vado a letto e io alle 10 vado a letto. Cioè io non accetto di andare a letto dopo le 10, nel senso che proprio io divento nervosa se questo accade. Quindi sanno che io, quando devo uscire, devo uscire presto oppure ci vediamo per la colazione che comunque è il pasto migliore della giornata. E quindi funziono così! Sono sempre stata così anche quando ero ragazzina.

[Gaia] – E mio figlio è esattamente uguale, cioè lui si sveglia alle 6 della mattina, ma tutti i giorni della sua vita, sempre, e non ha mai dormito più tardi delle 6. Questa è una delle cose chiaramente delle neurodivergenze. Io sono uguale, ho un’energia devastante. Poi ognuno…ci sono anche ADHD con il funzionamento alla sera, eh, però in generale tutta l’energia che io ho…a un certo punto io mi spengo! 

[Gaia] – Mio figlio durante la giornata mi dice “Mamma, tu a che percentuale sei?”

[Anna] – Di batteria?

[Gaia] – Sì, perché ho l’orologio con la percentuale dell’energia, no? E lui mi dice “Io sono a 80”, sono le 8:00 di sera e ho detto, “Ma com’è 80? In che senso?”.

[Anna] –  Ma scarichiamola subito!

[Gaia] – Vai, facciamo una corsa fuori! Però, appunto, in realtà è divertente. “Divertente”, allora, io adesso lo dico che è divertente, no? Perché poi a un certo punto deve diventare una cosa divertente.

Co-regolare se stessi per entrare in relazione

[Gaia] – È il tema della co-regolazione di cui parlavamo prima.

Cioè accettare che il tuo bambino o la tua bambina siano neurodivergenti presuppone che tu l’abbia accettato, cioè vuol dire che l’hai interiorizzato. L’hai visto, l’hai interiorizzato, l’hai elaborato e poi hai iniziato ad avere dei comportamenti in modo tale che sia la tua nuova normalità e quando questo accade il bambino cambia. 

[Gaia] – Io ho visto la differenza. Perché io, fino a un certo punto, cioè ovviamente la difficoltà nel dormire non ti aiuta, ma quando poi tu lavori, ho fatto parent training, ho fatto coaching, l’ho fatto su di me, oltre che farlo sugli altri, prima ovviamente l’ho fatto tanto su di me. Sono tutti strumenti, no? C’è la mindfulness… ognuno può usare gli strumenti che vuole, trova la sua strada!

[Gaia] – Ma in generale riuscire a co-regolare se stessi, per riuscire a entrare in ascolto del proprio figlio o figlia, sta lì, sta lì tutto, perché se il bambino si sente ascoltato, visto…E qua do un consiglio, il libro “Esserci” di Daniel Siegel e che parla proprio del discorso dell’esserci per i propri figli, quanto sia importante e parla anche della teoria dell’attaccamento – che è anche quella fondamentale per rielaborare le proprie teorie dell’attaccamento, perché i traumi non devono arrivare ai nostri figli, almeno il più possibile, poi qualcosa arriverà per forza, ma se ci lavoriamo noi prima, scarichi un grande masso, sicuramente è fondamentale.

[Anna] – Grazie Gaia. Io penso che queste ultime parole che hai detto possono essere veramente interpretate come un invito, aperto a tutti a interrogarsi, a vedere, ad ascoltare per diffondere, no, questa consapevolezza, senza aver paura di affrontare certi temi.

[Anna] – Però abbiamo anche imparato, spero, da questo incontro – perlomeno io l’ho imparato – a non utilizzare delle parole a sproposito. Ecco, quindi grazie Gaia per aver raccontato la tua storia. So che non è stato facile stare su questo palco e…

[Gaia] – Grazie a voi. Invece per me è stato molto importante, davvero, e grazie Anna di questo spazio!

[Anna] – Grazie di cuore e grazie a voi che ci avete ascoltato

Credits

“Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace ed è prodotto da Nidi Fioriti, una Fondazione che cammina accanto ai genitori nel tempo unico dell’infanzia.

Musiche © Pablo Sepulveda Godoy

Produzione video © Andrea Sanna

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