Vi do il benvenuto su Grembo (ep. 43)
Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo.
In questo podcast vi accompagnerò attraverso storie di donne e uomini che condivideranno il loro “racconto di pancia”. Lo farò mettendo da parte i preconcetti per raccontare una genitorialità diversa, senza filtri, senza giudizi.
Il grembo è il luogo da cui tutti noi veniamo, il nostro porto sicuro, ma è anche la nostra finestra sul mondo.
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Il libro “Nascere è un verbo plurale”
Prima di lasciarvi all’ascolto dell’episodio di oggi voglio ricordarvi che le storie che avete ascoltato in questo podcast, i vostri racconti, le vostre voci, ma anche la mia storia – che qui non avete mai ascoltato – hanno ispirato la nascita di un libro.
Si intitola “Nascere è un verbo plurale. Una grammatica imperfetta per gravidanza, parto e genitorialità”, edito da San Paolo.
È un libro che nasce dalle domande. Dalla prima, quella in cui ci si chiede se diventare genitori o meno, ma anche del come si diventa genitori, una volta dentro. Si parla di quando l’attesa si allunga e un figlio non arriva. Di quando l’attesa arriva, ma non è affatto “dolce”. Di quando il parto assomiglia poco all’immaginario e molto alla realtà.

È un libro che parla di allattamenti, di un mondo che, spesso, non è a misura di bambino. Parla di padri, che non sono “mammi”. Parla di rientro al lavoro, di stanchezza, di sonno che manca. Parla di fratelli che arrivano, oppure no. Parla anche di quando le cose non vanno come dovrebbero.
A differenza delle risposte facili o dei consigli non richiesti (per quelli ci sono ChatGPT o i parenti) questo libro prova a stare dentro le domande.
È un invito a rallentare, a fare spazio, a non sentirsi sbagliati. E a scoprire che, anche senza manuale, si può trovare una strada. La propria.
Trovate il libro in tutte le librerie e online – ma, se potete, sostenete le librerie di quartiere!
E ora: spazio all’episodio!
Introduzione
Come si fa a sentirsi accompagnate quando chi ami è lontano? E stata questa la domanda sottotraccia del mio incontro con Sara Mariottini. Sì, perché Sara è moglie di un militare e, lontano da un’idea romanticizzata da film, questo significa:
Settimane, se non mesi, a distanza; un planning che può cambiare direzione all’improvviso; o anche un papà che rischia di non fare in tempo ad assistere alla nascita di sua figlia.
In questo episodio abbiamo parlato di cosa significa pianificare l’arrivo di un figlio in queste condizioni. Abbiamo parlato di interruzione di gravidanza vissuta in reparti di maternità dove tutto parla di vita, mentre tu sei lì per un altro motivo. Abbiamo parlato di preparazione che, spesso, non coincide con il vissuto reale, di induzione, di fatica e di primi momenti in una sala parto troppo affollata.
Sara, però, è una tipa tosta e, ascoltando questa intervista, sentirete una voce forte e decisa, e consapevole del percorso fatto.
Una consapevolezza che l’ha portata anche a intraprendere un percorso di terapia di coppia, che le ha permesso di creare un fronte unito con il partner e affrontare insieme questa rivoluzione che è la maternità.
Sara ha dato voce alle sue paure, una su tutte: restare a casa da sola, con la sua piccola e, lo sappiamo, le notti possono essere lunghe e buie, ma ascoltare storie come quella di Sara ci ricorda che, anche dentro alla fatica, non dobbiamo rimanere sole.

Intervista a Sara Mariottini
[Anna] – Benvenuti a questa registrazione live di Grembo al Festival di Nidi Fioriti a Milano. Sono molto felice di essere qui dal vivo in questo spazio meraviglioso che è questo giardino che rende bene l’idea di “nidi fioriti”.
[Anna] – Oggi ho il piacere di essere al fianco di Sara Mariottini che, tra l’altro, ha animato diversi laboratori oggi durante il festival e quindi concludiamo in bellezza con questa registrazione “di pancia”, dove racconteremo la sua storia di mamma.
[Anna] – Quindi, come d’abitudine, iniziamo con le presentazioni: Sara, ti chiedo di presentarti, dirmi chi sei, quanti anni hai, dove vivi, di cosa ti occupi e da chi è composta la tua famiglia!
[Sara] – Ok, spero di ricordarmi tutto! Allora, sono Sara Mariottini, vengo da Livorno, ma abito a Catania, ho quasi 30 anni e la mia famiglia è composta da Roberto, mio marito, e Emma, mia figlia, che ha quasi 3 anni. Ho detto tutto?
[Anna] – Di cosa ti occupi?
[Sara] – Di cosa mi occupo! Sono una logopedista, oggi l’ho detto tante volte, quindi l’ho omesso, una logopedista che si occupa di Area 03, quindi di primissimo sviluppo comunicativo e linguistico.
[Anna] – Perfetto!
Vivere a distanza per lunghi periodi
[Anna] – Sara, oggi racconteremo la tua storia di maternità, una storia fatta di molte sfaccettature, di temi profondi che spero avremo il tempo di approfondire e c’è in particolare un aspetto che secondo me potrà risuonare in tante persone che ci ascoltano, cioè il fatto che il lavoro di tuo marito vi costringa spesso a vivere a distanza, per periodi di tempo a volte lunghi. Quindi partiamo da questo aspetto: che lavoro fa lui e cosa ha significato concretamente per voi come coppia e come futuri genitori?
[Sara] – Eh, allora, lui intanto è in Marina, è un Ufficiale di Marina Militare, pilota militare. Adesso, in realtà, in questo anno sta facendo qualcosa di diverso – essendo in Marina, appunto, è Comandante di una nave, quindi si è spostato giustamente nel suo ruolo, ovvero quello di navigare e stare per mare.
[Sara] – Ha impattato, in realtà, fin dall’inizio perché noi ci siamo conosciuti e dopo 4 mesi doveva partire per l’America per fare la scuola di volo e, quando me lo disse, doveva partire per 21 mesi, quindi in realtà…
[Anna] – Mamma mia!
[Sara] – Io ero abbastanza scoraggiata in partenza e in realtà poi è stato 15 mesi, comunque tantissimi e, per fortuna, ci siamo riusciti a vedere nel frattempo, perché ci sono andata e lui è tornato.
Però diciamo che è stata una storia che fin dall’inizio è stata abbastanza sfidante.
[Anna] – Certo! E quindi, tenendo conto di queste lunghe distanze, dell’organizzazione complessa, le assenze forzate, com’è stata la ricerca di un figlio? Cioè che aspettative avevate e qual era, soprattutto, anche il vostro, il tuo stato d’animo verso questo?
[Sara] – Allora, devo dire che dopo un po’ che che si sta al fianco di un militare certe situazioni diventano “più normali” di quello che appaiono agli occhi degli altri, anche perché ci si circonda di famiglie che vivono costantemente questo. Magari genitori più grandi di noi, magari di età, e quindi che hanno già figli, che stanno già facendo esperienza di genitorialità in quel modo. Quindi certe modalità, soprattutto quando non si è ancora genitori, si sottovalutano e, appunto, vengono normalizzate molto in quel contesto.
[Sara] – E per quanto riguarda noi, in realtà in me c’è sempre stato il desiderio di maternità, quindi, ehm, sapevo che era una cosa che in qualche modo avrei voluto realizzare. E Roby lo ha sentito invece più lentamente, ma non abbiamo troppo ragionato prima su questi temi, nel senso che sì, cercavamo un po’ di immaginarci come poteva essere…
[Sara] – Nel suo lavoro ci sono periodi un po’ più, diciamo, “certi”? No, la certezza è proprio la cosa a cui non ci si può aggrappare, però ci sono periodi un po’ più calmi e periodi invece molto più impegnativi. E quindi uno cerca di sviare e trovare dei periodi un po’ più calmi dove progettare e cercare magari di pensare anche a queste situazioni.
[Sara] – Però diciamo che per noi il diventare genitori è stato un po’…non direi “non preventivato”, ma un qualcosa che poi ci siamo sentiti dentro e abbiamo deciso di provarci senza stare troppo a pensare concretamente come avremmo fatto.
Forse se ci avessimo pensato tanto, non so se, insomma, se ce l’avremmo fatta…
Un’interruzione non consapevole
[Anna] – E quindi raccontami poi concretamente com’è andata? Quando hai detto “Ok, partiamo”, insomma, vediamo come va, e com’è andata poi concretamente?
[Sara] – È andata che io sono rimasta incinta subito. Insomma non pensavamo! Ma questa gravidanza non è andata come pensavamo, quindi anche lì del tutto inconsapevoli, perché intorno a noi non si sentiva mai parlare di interruzione di gravidanza, o comunque di aborto pretermine, eccetera.
Eravamo super entusiasti, ci sentivamo anche parecchio fortunati per essere rimasta incinta così presto e, in realtà, poi già alla prima ecografia la ginecologa ci frenò un po’ l’entusiasmo…
[Sara] – Mi ricordo che ancora dovevo incontrare i miei per dirlo. Ai suoi genitori l’avevamo già detto nel piano dell’entusiasmo, invece ai miei volevamo dirlo subito dopo. E invece poi mi trovai costretta a dirglielo già con una sensazione un po’ di preoccupazione, perché avevo capito che le cose non stavano andando bene.
[Sara] – E sostanzialmente però non ho avuto un’interruzione effettiva, perché ho avuto un aborto ritenuto, quindi me lo hanno poi spiegato in una visita che feci in ospedale, dove andai in realtà piuttosto fiduciosa, chiaramente con la consapevolezza che le cose potessero andare male, però ero abbastanza fiduciosa.
Ero alla decima settimana e, niente, è stato abbastanza una doccia fredda.
[Sara] – Sia perché appunto non ero consapevole, cioè mi rendo conto adesso che, invece poi, dopo questa situazione ho parlato con un sacco di persone che mi hanno raccontato la loro esperienza e quindi ho normalizzato nella mia mente tantissimo questa situazione. In quel momento sembrava una cosa che…
[Anna] – Che stavi vivendo solo tu!
[Sara] – Sì, sì.
Il raschiamento nel reparto di maternità
[Sara] – Ed è stato anche brutto il momento, perché non c’è stato poi grande tatto nella comunicazione, ero in ospedale.
[Anna] – Ma infatti, cioè, proprio volevo parlare proprio di questo. Perché c’è un aspetto di cui, secondo me, si parla ancora troppo poco quando si tratta il tema delle interruzioni di gravidanza. Spesso le donne si ritrovano ricoverate nei reparti di maternità accanto a dei pancioni, accanto a delle neomamme, che hanno quindi i loro neonati che sono appena nati e quindi ci sono suoni, ci sono voci, ci sono pianti, c’è magari un travaglio poco più in là…
In quei corridoi tutto parla di vita e quindi ritrovarsi, per una donna, invece, in quei corridoi per un altro motivo può essere molto faticoso.
[Anna] – Quindi volevo capire se anche tu, eh, ti sei trovata in questa situazione? Anche per te, quei suoni, per certi versi, erano assordanti?
[Sara] – Sì, soprattutto la cosa brutta è stata che mi hanno detto di andare…perché, appunto, dovevo fare un raschiamento quindi mi hanno detto di andare a una tal data, a un determinato orario, peraltro non subito!
Ho saputo che la situazione si era interrotta un dato giorno e ho dovuto aspettare poi due giorni per riuscire ad andare.
[Sara] – E mi hanno fatto arrivare molto presto la mattina per poi, in realtà, stare tutta la giornata lì perché, appunto, mi spiegavano che “ci sono dei parti”, quindi “dobbiamo stare dietro prima alle persone che stanno partorendo”. Era proprio un…
[Anna] – “Dopo”!
[Sara] – “Tu puoi aspettare”. Che a livello organizzativo, probabilmente, cioè non potevano fare diversamente, però effettivamente per una persona che sta in quel momento vivendo una situazione di questo genere si trova estraniata.
[Sara] – A tratti poi…nella stessa stanza! Perché effettivamente era proprio la stanza di osservazione nel post-parto delle partorienti.
[Sara] – Ehm, emozioni contrastanti, perché in realtà avevo anche accanto una mamma che sembrava veramente molto provata dal parto, quindi vivevo quella “doppia emozione” tra sono un po’ invidiosa della tua posizione perché hai appena partorito, comunque. Parlava della sua bimba, voleva sentire dalle persone come stava, tutte la tranquillizzavano, “vai tranquilla ora, dopo la vedi”, eccetera.
[Sara] – Dall’altra parte, però, sentivo che stava soffrendo anche lei, però, evidentemente per il suo momento. Quindi quel combattimento interiore rispetto a questa situazione.
Ovviamente nessuno ha colpa, però mi rendo conto che è molto faticoso in quel momento e io mi reputo “fortunata” perché comunque ero alla decima settimana.
[Sara] – Vengo da una storia in cui mia mamma ha interrotto la gravidanza al quinto mese, eh, quindi io ero abbastanza…non ero preparata a un’interruzione paradossalmente così precoce, quindi ero molto entusiasta in quel momento, però riconoscevo quasi in un certo senso una fortuna rispetto al fatto che non ero arrivata ad avere, insomma…
[Anna] – Certo, certo, sono veramente montagne russe emozionali. Io mi chiedo sempre se e poi magari un giorno avrò l’occasione di fare questa domanda a un personale medico, se è un tema di spazi, un tema ovviamente di competenze, perché effettivamente uno può passare da una cosa all’altra, e quindi deve stare su quel piano. Però a livello…la parte emotiva è fondamentale e quindi anche il prendersi cura di quei momenti lì, secondo me, è fondamentale.
[Anna] – Dovremmo veramente ripartire già da lì, anche perché sono esperienze che succedono a tante, quindi è giusto anche ricordarle e parlarne perché, come dicevi tu, anche tu stessa non ne sentivi così tante all’inizio.
Uscire dal loop e riprovarci
[Anna] – Comunque dopo quell’esperienza di perdita, come sei riuscita a uscire da un “loop”? Adesso, sto deducendo io, un loop un po’ negativo, un po’ di fatica. C’è stato qualcosa, una parola, una persona, un tempo che ti ha aiutato a tornare a fidarti e a riaprire lo spazio a una nuova gravidanza?
[Sara] – Allora, sicuramente tanti mi dicevano che essendo molto giovane questo era un fattore a mio vantaggio. Sicuramente questo mi dava molta fiducia, però siamo entrati effettivamente in quel loop. Peraltro noi quando poi abbiamo deciso…non eravamo così, sai quando dici “vabbè, iniziamo a provarci”? Però non è che pretendo che tutto succeda!
[Sara] – Ma una volta che rimani incinta, allora a quel punto ti si accende il desiderio di voler subito, no? E allora…peraltro dopo un raschiamento c’è da aspettare un pochino di tempo, ora non ricordo esattamente [quanto, NdR].
Poi comunque dopo c’è quella, ehm, pressione anche nella coppia, in un certo senso, e quella è la cosa più brutta secondo me perché comunque ti dici “Ma no, tanto abbiamo tutto il tempo, non c’è fretta”, eccetera, ma di fatto…
[Anna] – C’è un orologio che “parte”.
[Sara] – Sì, sì. Non è bello perché, comunque, non riesci a vivertela totalmente in modo spensierato, ma c’è sempre un po’ l’attenzione e questo ovviamente non ha aiutato, perché abbiamo poi aspettato 11 mesi per avere Emma.
[Sara] – Gli ultimissimi mesi eravamo già in contatto con alcune persone che si occupavano di fertilità per anche solo iniziare a capire un attimo se…Eh, iniziavo a pensare che magari quella fosse stata più l’eccezione, cioè quindi dicevo “magari è stato quello un caso, un puro caso”, che in effetti non è nemmeno andato bene, no? Quindi ti si conferma nella mente “e allora forse dovrei…”. Avevo iniziato già un trattamento eccetera.
[Sara] – Il mese in cui poi sono rimasta incinta io non me l’aspettavo completamente perché avevo fatto un’ecografia addominale e avevano visto dei versamenti e quindi ero entrata nel nell’ipotesi del “mi devo prendere cura di me, probabilmente c’è qualcosa che non va in me” e poi si vedrà.
[Sara] – E invece erano dei versamenti poi dopo ricontrollati e già imputabili a un inizio di gravidanza nella zona pelvica, quindi poi insomma…
[Anna] – È tutto andato per il meglio!
[Sara] – Sì, sì!
Condividere la notizia della gravidanza prima dei tre mesi
[Anna] – E quindi com’è stata questa gravidanza?
[Sara] – Eh, intanto è stata una gravidanza che ha previsto dei controlli un po’ più importanti. Non è stata una gravidanza a rischio, però avendo avuto l’aborto precedente ho dovuto prendere dei piccoli farmaci, insomma, integrativi nei primi mesi.
Poi sicuramente siamo stati molto più… non ce la siamo goduta subito, no?
[Anna] – C’era un po’ quel pensiero sempre lì dietro?
[Sara] – Sì. Quindi l’abbiamo detto subito in quel caso sia ai miei che ai genitori di Roby, perché volevamo, cioè io soprattutto mi sono trovata con la gravidanza precedente a dire “No, sai, quella cosa, aspetto le prime settimane perché così no”.
[Sara] – Però in realtà poi io mi ero trovata a dover farmi carico da sola di un pensiero, quindi ho detto “No”, in questo caso io condivido con le persone che so che mi sono vicine perché anche dovessi ritrovarmi nella stessa situazione voglio che loro… vorrei almeno che loro mi stessero già vicine, piuttosto che dover tenere tutto questo peso da sola, preoccuparmi e non poterne parlare con nessuno perché ancora non lo sanno.
[Sara] – Quindi in quel caso abbiamo detto subito, comunicato subito questa nuova gravidanza, però con la consapevolezza di non dover subito…
[Anna] – “Scappare”, cioè, andiamo un passo alla volta!
[Sara] – Sì, sì!
[Anna] – Però è vero superare anche questa convenzione, un po’, sociale, no? “Lo diciamo dopo i tre mesi quando è tutto ok”; quando a volte capita che succeda qualcosa e devi stare anche a spiegare, no? A ripercorrere la storia! È molto più faticoso!
Quindi condividere le “buone” notizie e le notizie più difficili permette già di creare intorno a sé, no, un cerchio di cura e di accompagnamento che è molto importante, molto utile.
[Sara] – Con la consapevolezza che le cose effettivamente – perché c’è una percentuale alta, soprattutto alle prime gravidanze – che le cose possono andare in un modo o nell’altro. È chiaro: la fiducia c’è, però, secondo me anche, appunto, parlarne è importantissimo perché più lo normalizziamo…
Nella mia famiglia c’è un po’ la modalità del “No, non lo raccontiamo dai, così poi non facciamo stare in pensiero”. Io non sono molto d’accordo, perché io sento di aver bisogno della vicinanza dei miei cari e, quindi, piuttosto racconto e, anzi, normalizzo poi se dovesse andare male, che può succedere!
[Sara] – [Può succedere, NdR] alle mie cugine, a mia sorella, alle altre che poi ci passeranno dopo di me, “magari”..
[Anna] – Assolutamente!
Scegliere la città dove partorire
[Anna] – Per ogni donna scegliere dove partorire è una questione cruciale, perché il luogo in cui andiamo a partorire è un luogo che ci deve trasmettere sicurezza, no? Ci dobbiamo sentire a casa, ovunque questa casa sia.
[Anna] – Nel tuo caso questa scelta si intrecciava anche con il desiderio e il bisogno di aumentare al massimo le possibilità che Roberto fosse accanto a te nel momento clou. E quindi, com’è arrivata la decisione finale della, direi, città dove partorire? E quali sono stati per te i criteri più importanti in questa scelta?
[Sara] – A posteriori non credo di essere stata bravissima a valutare i criteri, però in quel momento, per me, diciamo che ero combattuta tra partorire a Livorno – dove non solo c’erano i miei, è una realtà: io sono nata lì, i miei fratelli sono nati lì, tutte le amiche che conosco partoriscono lì. E avevo anche un’amica ostetrica che aveva iniziato a lavorare lì. Quindi tanto mi tirava verso quella [scelta, NdR], verso lo stare a casa dei miei, eventualmente partorire.
[Sara] – C’era l’elemento “casa” che sicuramente non mi faceva stare tranquillissima, perché io sono una persona molto indipendente, quindi l’idea di, banalmente, andare ad abitare dai miei quei mesi (che sapevo potevano essere molto delicati) non mi convinceva molto. Ma soprattutto l’idea più importante, cioè il pensiero più importante era proprio l’idea di partorire senza Roby.
[Sara] – Quindi, al di là del fatto che, appunto, con il suo lavoro lui poteva essere in volo – il volo dura 6 ore, quindi non è facile contattarlo quando è in volo e tutta una serie di cose. Però diciamo che tendenzialmente i colleghi si organizzano in modo tale che nell’ultimo mese cercano di farlo volare meno, di essere un po’ più [disponibile, NdR] ecc.
[Anna] – Stare più coi piedi per terra, in tutti i sensi!
[Sara] – Esatto! [Ridono, NdR]
Diciamo che c’erano molte più probabilità, se io avessi scelto di partorire a Catania, di avere Roby con me. E per me era un punto cruciale questo.
[Sara] – Quindi anche se con rammarico, perché avrei preferito partorire probabilmente a Livorno, ho scelto poi alla fine di partorire a Catania con tutti i dubbi che questo si portava, perché ovviamente avevo anche altre amiche a Catania che mi raccontavano storie contrastanti.
[Sara] – Ci sono più ospedali peraltro a Catania, quindi c’è anche una scelta appunto di quale ospedale. C’è chi parla bene di uno…penso questo succeda un po’ ovunque. E non ero totalmente fiduciosa sicuramente, però avevo fatto affidamento su tutta la preparazione possibile e immaginabile pre-parto.
Le prime contrazioni e l’arrivo in ospedale
[Anna] – E quindi arriva il momento clou e qua siamo tutti curiosi di sapere se Roberto era in volo o era giù? È arrivato, ha fatto in tempo, era lì nel momento del “vero bisogno”?
[Sara] – Sì, forse anche perché abbiamo anticipato un po’ i tempi. Nel senso che ero arrivata a termine, quasi a termine, ma la sera che sentii…lui era tornato da poco da lavoro – in realtà già prima che tornasse, e quel giorno non ricordo onestamente se era di volo, potrebbe essere, però non ricordo. Ad ogni modo, lui era tornato, erano già le 19:00, io avevo iniziato a sentire le prime contrazioni, ma da brava inesperta: erano veramente ancora molto lontane per essere quelle vere. Eravamo un po’ anche spaventati perché non sapevamo come funzionasse.
[Sara] – L’ospedale comunque non era vicinissimo a casa, dovevamo fare i tamponi entrambi perché, nonostante fosse il 2023, c’erano ancora!
[Anna] – C’erano ancora i tamponi per il Covid, i nostri amici.
[Sara] – Esatto. E quindi abbiamo fatto venire a casa, avevo un’amica ostetrica – “amica”, insomma, una professionista con cui collaboravo, quindi era diventata anche amica – che poteva venire a controllarmi. Venne la sera a visitarmi e poi mi diede indicazioni, per cui sulla base di quanto frequenti erano le contrazioni…eccetera.
Verso le 2:00 di notte abbiamo scelto di andare, anche se ci rendevamo conto che non era proprio così impellente. Abbiamo detto “Vabbè, al massimo andiamo lì e poi ci rimandano a casa”.
[Sara] – Anche perché lui poi il giorno dopo sarebbe andato al lavoro, quindi…
[Anna] – “Così rimane bloccato in ospedale, non può decollare”
[Ridono, NdR]
[Sara] – Meglio saperlo prima! Però, arrivati in ospedale, mi hanno visitato e avevo il liquido ridotto, liquido amnios, mi sembra si si dica, oligoidramnios, scusami! E quindi sostanzialmente non potevano rimandarmi a casa, per cui ho passato tutta la notte lì. Notte nella quale sono stata a strettissimo contatto, in pronto soccorso, a strettissimo contatto con altre donne che erano, invece, molto più avanti di me.
[Sara] – Alcune avevano rotto le acque, altre avevano contrazioni fortissime, anche proprio con monitoraggi eccetera…e io da avere le prime contrazioncine a non avere più niente sostanzialmente!
L’induzione, il cambio turno e il parto
[Sara] – Poi la mia ginecologa che mi visitò l’indomani – perché si appoggiava lì all’ospedale, insomma lavorava in ospedale – mi disse che se non avessi continuato ad avere le contrazioni, avrei dovuto fare l’induzione e infatti così è stato.
Poi mi hanno fatto direttamente l’induzione nel pomeriggio.
[Anna] – Com’è andata questa induzione? È stata faticosa?
[Sara] – Allora, la cosa più brutta, per me, è stato in realtà il tentativo precedente di scollamento delle membrane. Quello l’ho vissuto molto male, peraltro fatto dalla mia ginecologa, però anche poco preventivato, quindi non preparata a questo. E poi subito dopo, “subito dopo” saranno passate due o tre ore, hanno iniziato con l’induzione.
[Sara] – Per me è stato abbastanza forte, nel senso che non so come sia nella modalità, diciamo, naturale, però le contrazioni sono partite dopo un’oretta dall’induzione, molto forti, e a quel punto mi hanno spostato in reparto, ma non veniva nessuno a controllarmi. Per fortuna avevo Roby, nel senso che dopo un po’ è potuto entrare Roby e quindi ho fatto le contrazioni praticamente tutto il tempo con lui, ma non dilatavo.
Nessuno mi veniva a controllare, quindi io pensavo che potesse andare avanti tantissimo questa cosa.
[Anna] – All’infinito!
[Sara] – E invece poi, verso la sera, è cambiato il turno e per fortuna è arrivata un’ostetrica, mi hanno fatto scendere nelle sale parto e ho avuto la possibilità di stare vicino a un’ostetrica che ha capito perché non mi stavo dilatando. Ha fatto delle manovre particolari, Emma era girata al contrario, non so spiegarlo in modo tecnico, però sostanzialmente a contrazione non corrispondeva dilatazione, quindi dalle sue manovre poi…
[Anna] – Si è sbloccata la situazione!
[Sara] – Sì, moltissimo!
[Anna] – E lì si è velocizzato il tutto? Com’è stato?
[Sara] – Molto in realtà, appunto, io ricordo questo pomeriggio dalle 13 che mi hanno indotto, le 15:00 forse che mi sono partite le contrazioni, ma fino alle 20:00 di sera praticamente solo dolore, non succedeva niente! E, anche là, un altro elemento…
[Anna] – Il non riconoscere…
[Sara] – Sì! [Della serie, NdR]: «Ah!? Ma cosa! Ma sei ancora di 1 cm!»
Cioè, questa cosa l’ho vissuta proprio male perché, insomma, basta avere cura delle parole a volte, no?
[Sara] – Per far sentire…tant’è proprio due secondi! Perché te ne stai andando nell’altra stanza, quindi quei due secondi puoi scegliere che parole usare, no?
[Anna] – Assolutamente! Anche perché poi quelle parole ti rimangono in testa. Invece a volte un cambio turno può già cambiarti la storia di parto! Queste cose ne ho sentite, le ho sentite spesso. Quindi parole diverse, modi di accompagnare diversi, possono svoltarti in un’esperienza di travaglio, di parto e farti avere un ricordo completamente diverso.
[Sara] – Sì, io infatti ho questi due, c’è proprio il bianco e il nero, tanto che io non volevo lasciare Roby perché era stato l’unico ad essermi di aiuto in quel momento con massaggi infiniti sulla schiena e, a quel punto, scendendo nelle sale parto non volevano che lui rimanesse perché erano così le regole. Io non ero ancora di 4 cm, quindi lui non poteva stare e io i pianti, “ti prego, fammi…”
[Sara] – Non riuscivo a pensare di andare, perché pensavo mi lasciassero come ai reparti, senza nessuno. Invece lì trovai questa ostetrica che è stata veramente fantastica e la dilatazione è stata molto veloce e la fase proprio che ricordo con maggiore gioia è stata proprio l’ultima fase – che non avrei mai pensato di ricordare con questo entusiasmo, ma proprio tutto, in quel momento, tutto quello che mi avevano raccontato stava accadendo in quel modo, mentre invece prima no.
[Anna] – Non te l’aspettavi, certo! E paradossalmente più vai avanti, che più diciamo la fatica può aumentare, con un accompagnamento diverso ti può svoltare. E non è che il dolore sparisce improvvisamente, per carità, però si fa un passo alla volta in modo diverso…
Il primo incontro con Emma
[Anna] – Poi, l’incontro, adesso voglio sapere però dell’incontro con Emma. Com’è stato esattamente quel momento lì? Te lo ricordi?
[Sara] – Allora, devo dirti la verità, non ci penso spesso e ora ti spiego perché! Però eh sì, cioè mi fa piacere ripensarci adesso perché in realtà il primissimo momento è stata una soddisfazione immensa perché era la fine. Io purtroppo lo dico ad alta voce perché magari potrebbero esserci altre mamme che possono rivedersi e a me avrebbe fatto piacere sentire questo.
[Sara] – Quando ero nella fase di dolore (ma probabilmente è una cosa che altre provano) mi ero totalmente dimenticata che dovevo partorire mia figlia, cioè a un certo punto io non volevo più saperne di partorire mia figlia.
Cioè dicevo “non mi interessa, cioè io voglio salvaguardare me”, talmente ero arrivata allo stremo che…è brutto da dire, ma era come se avessi totalmente perso l’obiettivo e l’interesse, la cura.
[Sara] – In realtà questa velocità poi successiva mi ha rimesso un po’…mi ha riposizionato, ricentrato rispetto al perché ero lì e perché stavo affrontando quel momento. E quindi poi quel momento è stato un misto di gioia, anche un po’ ritorno a quello scopo, a quel senso di scopo, ma anche soddisfazione perché è finito finalmente.
[Sara] – Il vero motivo per cui io non ripenso spesso a quel momento, perché in realtà i primi minuti sono stati anche molto belli, nel senso che hanno…mio marito era stato preparato, “addestrato” a dire «Mi raccomando, non, lasciamela», cioè di’ tu agli altri…
[Anna] – Mi piace che hai detto “addestrato”, è perfetto [ridono, NdR]
[Sara] – Per un militare! [ridono, NdR]
[Anna] – Risuona!
[Sara] – “Mi raccomando, mi raccomando, digli di non tagliare il cordone subito”, vorrei…vabbè, insomma, esprimi le mie preferenze, perché così mi avevano raccontato e io magari sono in quel momento in cui non riesco a comunicare. E così è stato, ma mi hanno ascoltato in quel senso e quindi sono stata molto felicemente colpita di questa cosa.
[Sara] – Eh, l’elemento, diciamo, poi che non mi aspettavo e che è stato totalmente fuori dal mio controllo, apparentemente, è stato che praticamente dopo che l’hanno valutata, l’hanno vestita anche, mi pare:
Me l’hanno adagiata sul seno per iniziare l’allattamento, io quel momento me l’ero immaginato “magico”. In realtà, cioè, più che altro, sì, un po’ di emozione, però ero anche più che altro confusa!
[Sara] – Perché io avevo fatto tutta una serie di corsi anche per l’allattamento, eccetera. In realtà subito mi sono resa conto che sarebbe stato troppo difficile rispetto a come l’avevo interiorizzato nei corsi.
Vulnerabilità, famiglia e bisogni da comunicare
[Sara] – Ma soprattutto dopo quel momento un’infermiera si è avvicinata e mi ha detto “Ah, ma sei tu Sara? Allora, ci sono, c’è la tua famiglia fuori, andiamo a salutarli, sono qui fuori”.
[Sara] – E io ero talmente spaesata che con la bambina appena attaccata, ancora un po’ così, non ho saputo dire “Sì o no, mi va o non mi va, aspettate un attimo”. E quindi questa scena faccio fatica a tornare indietro a ricordarmela, nel senso che cerco di non pensarci perché a me ha fatto molto male.
È stato proprio il momento in cui hanno aperto le porte delle sale parto e mi sono vista sulla porta non solo la mia famiglia, ma anche la famiglia di mio marito. Quindi, insomma, persone che ok conosci, però in una condizione comunque così vulnerabile, ma anche intima, in cui stai appena vivendo quel momento con la tua bambina, non hai il desiderio, ecco, di questo.
[Sara si commuove, NdR]
[Sara] – Quindi faccio ancora fatica a pensarci perché è stata un po’ così.
[Anna] – No, ci credo! Grazie Sara che racconti anche queste parti difficili della storia, perché è incredibile. Il Covid proprio non ci ha insegnato nulla, nel senso che siamo passati da non avere nessuno intorno a, di colpo, “apriamo le porte, dentro tutti” e… dimenticandoci che quel momento è anche un po’ “sacro”.
[Anna] – E non vuol dire che non dobbiamo avere una rete di cura, una famiglia intorno per accompagnarci, però l’accompagnamento vuol dire anche tante cose. Ci sono tante cose che una famiglia allargata può fare anche già nei primi istanti, dal banale riempire il frigorifero per il rientro, intendo eh?
[Anna] – Però, ecco, sacralizzare quel momento e rispettarlo, perché c’è una nuova creatura che entra in una famiglia e bisogna trovare un equilibrio. È importante veramente fare un passo alla volta e rispettare quello spazio nuovo che si deve creare, con i tempi di ciascuno.
[Sara] – Ricordandoci che le mamme non sono in grado in quel momento di comunicare il bisogno. A volte nemmeno se ne rendono conto, magari ci riflettono le ore successive, no? Perché in quel momento, in quel momento, ma anche nelle settimane successive, spesso, ho pensato “avrei bisogno di qualcuno che limitasse senza che necessariamente…”
[Sara] – E noi avevamo fatto un corso di accompagnamento alla nascita, peraltro, di Ilaria Magrinelli, bellissimo, insieme a Roby. Quindi Roby sapeva, conosceva questi temi, però sai quando tra il dire e il fare, no?
[Anna] – No, no, certo! È il motivo per cui molti consigliano anche questo “piano nascita”, quindi, o “piano parto”, insomma: quindi questa lista di cose da fare che a volte dici “Ma sì, mi sembra scontato”.
Però giustamente hai detto una parola prima, vulnerabilità. In quel momento lì hai le barriere abbassate, cioè hai appena fatto una cosa straordinaria e l’ultima cosa che devi pensare è “tutto il resto”. E, quindi, avere questo foglio scritto che lo consegni e dici “pensateci voi perché io sarò concentrata su altro” potrebbe veramente aiutare e fare la differenza.
[Anna] – Così come il supporto dei papà che, è vero che anche loro “poretti”, o dei partner intendo, cioè saranno, sono anche loro presi da altro, però diciamo che possono anche loro un attimino curare questo spazio fisico-mentale e “difenderlo” in un certo senso.
[Anna] – E, aggiungo anche, per spezzare una lancia nei confronti delle famiglie, un personale medico che dice “Venite”, uno cosa dice? “No”? Certo, anche perché tutti non vedono l’ora di incontrare il bambino, di prenderlo in braccio, eppure sappiamo che…
[Sara] – O di accarezzarlo…
[Anna] – Eh, di toccarlo… No? O sì? Cioè, parliamone, capiamo: è veramente questo quello che è da fare? Quindi, ecco, lo diciamo non per dire “avreste dovuto fare”, ma semplicemente perché può accadere a chiunque di noi, anche se ci siamo preparati, anche se abbiamo fatto tutti i compiti a casa e i diecimila corsi, però ecco, noi lo ribadiamo.
[Sara] – Sì, sì, sì, sì.
Competenze professionali e maternità personale
[Anna] – E, a proposito di corsi, vorrei farti una domanda invece che riguarda proprio la tua professione, perché da logopedista nel tuo lavoro hai a che fare quotidianamente con i bambini, eppure spesso essere professionisti non incide automaticamente con riuscire ad osservare il proprio figlio o la propria figlia con la stessa lucidità con cui si osserva un paziente.
E quindi volevo sapere se, nel tuo caso, questo incontro tra competenze e maternità…com’è andato?
[Anna] – Come l’hai vissuta sulla tua pelle? Cioè le hai guardato subito il frenulo, [o altre, NdR] cose? Come è andata?
[Ridono, NdR]
[Sara] – Sì, tante cose ho osservato! Ehm, è andata in tanti modi, cioè nel senso che su certe cose mi sentivo sicuramente più ferrata, altre le conoscevo ma non con la consapevolezza di saperle intercettare, quindi magari…perché, banalmente, lavorando a contatto anche con altri professionisti, più o meno, sai qualcosa anche rispetto alle altre professionalità.
Però ti poni solo le domande, non sai sempre le risposte, no?
[Sara] – Quindi non è sempre semplice, a volte pensi spesso “meglio quando non sai tutte queste cose”, non ti fai troppi…Devo dire che, in linea di massima, guardando anche visto che siamo vicini ai 3 anni, quindi io mi occupo di 03, credo che sia stato più un vantaggio che uno svantaggio.
[Sara] – Tutto sommato riesci anche a dare un peso a quello che osservi e quindi anche quando ti spaventano determinate cose, o magari hai dei dubbi, riesci a guardare anche tutto il resto dello sviluppo della tua bambina, che quindi ti fa oggettivare e quindi stare un pochino più tranquilla.
[Sara] – Oltre che l’avere una rete, e questo secondo me è importantissimo perché tanti genitori a volte non essendo – perché magari si occupano di tutt’altro – non essendo professionisti dell’area infantile, fanno fatica anche a capire con un determinato comportamento a chi devo rivolgermi.
Io invece avevo diversi colleghi e anche amici a cui potevo chiedere, e quindi devo dire che nell’insieme è stata un’esperienza sicuramente positiva.
Come cambia la coppia con la psicoterapia
[Anna] – Vorrei tornare al tema della coppia, di te e Roberto, perché l’arrivo di un figlio è inevitabilmente spiazzante, destabilizzante. Ci mette alla prova come individui, come coppia, ci chiede di conoscerci nei ruoli di madre e di padre, ma anche di ritrovarci come marito e moglie, compagno e compagna. Come avete ridefinito i vostri equilibri nella vita a tre?
[Sara] – Domanda importantissima, secondo me, perché anche di questo…eh, o meglio, forse ora se ne parla, però quando si è nel pre-, cioè quando si è genitori si sente parlare di questi temi, quando non si è ancora genitori no!
Noi non avevamo assolutamente fatto i conti con quanto sarebbe cambiata la nostra relazione di coppia.
[Sara] – Ed è cambiata molto. Devo dire che nei primi, direi nel primo anno, è stata veramente una ferita quasi, nel senso che è stato più un perderci che ritrovarci. E infatti tutto questo ci ha portato in psicoterapia di coppia, che è stato in realtà una salvezza immensa per riuscire a ritrovarci appunto.
[Sara] – Ed è stato un percorso, quindi, con gli alti e bassi del caso, ma anche la bellezza, secondo me, del viaggio, nel senso che siamo partiti da un momento di grande vulnerabilità e di grandi fatiche anche proprio nel capirci.
Veniamo anche da due città diverse e abitudini diverse, culture diverse, quindi secondo me questo ha impattato un po’, proprio perché avevamo delle aspettative diverse su tante cose, anche banalmente nella relazione delle famiglie e degli equilibri in generale.
[Sara] – E però ecco, devo dire che in realtà il poter trovarci in difficoltà ci ha permesso poi, come spesso si fa, no, si tocca il fondo per poi risalire. In questo caso per me è stata molto sorprendente, perché io non credevo che…sento spesso parlare di amici e amiche che, per sfortuna, insomma, capita che magari vanno in psicoterapia di coppia ma in una fase in cui, cioè insomma si sente parlare più in negativo, no?
[Anna] – “Terminale”, sì.
[Sara] – E quindi avevo paura! Ehm, e invece, per noi, è successo tutt’altro, cioè per noi è stato un periodo molto faticoso, non ha migliorato subito la situazione…Però credo che se non ci fosse stato quel momento, che è durato un bel un po’ – tutt’ora dura – non saremmo ad oggi, cioè ad oggi con un equilibrio decisamente migliore, una consapevolezza, una capacità di dialogo tra noi che non avrei mai immaginato.
Siamo proprio una Sara e un Roberto molto diversi. Ecco, quindi questo è grazie a Emma in realtà, cioè nel senso non volutamente, ma è grazie a questa esperienza di genitorialità.
[Anna] – Chiaro, sì, sì. Ma perché, insomma, la psicoterapia è un grande strumento, lo sappiamo, può arrivare in soccorso nei momenti in cui siamo “nella parte più bassa”, ma può anche arrivare prima, in un momento che sai che sarà trasformativo, quindi bene o male mettere questi strumenti nella cassetta degli attrezzi – che poi magari non usi perché sei già, vai già alla grande – però nei periodi di grande trasformazione può essere di aiuto.
[Anna] – Quindi il mio consiglio, che non do consigli, è intanto pensarci, nel senso che può essere di grande supporto.
[Sara] – Sì, per noi è stato… cioè io lo consiglio a tutti, perché per noi è stato veramente bellissimo, di grandissimo aiuto, quindi determinante direi proprio nel rimanere insieme.
[Anna] – Bello, è un bel messaggio che trasmettiamo, veramente!
Una paura e una “cosa bella” della maternità
[Anna] – E per concludere Sara, una domanda al volo, mi dici due cose: una sfida che ti ha portato la maternità, magari una paura che hai dovuto affrontare o superare e, al contrario, una cosa bella, inaspettata che ti ha portato?
[Sara] – La paura, eh, più recente, dell’ultimo anno – visto che Roby in quest’ultimo anno è dovuto partire per lungo tempo – è una paura che non avevo mai sentito, perché in realtà bene o male, nonostante le sue assenze degli ultimi anni, non c’era stata questa paura forte.
Ed è la paura del rimanere da sola di notte con Emma: “e se succede qualcosa?”.
[Sara] – Quindi questa è stata un po’ la paura con cui ho dovuto fare i conti nell’ultimo periodo… E non avrei pensato! Perché comunque lui se ne andava anche prima di Emma, quindi non avevo mai avuto paura di stare da sola e, invece, dopo Emma, sì. Quindi c’è un po’ questo senso di vulnerabilità forse!
[Anna] – E come l’hai affrontata quindi questa paura?
[Sara] – In psicoterapia sicuramente, e poi cercando di lavorare su quello che è sotto il nostro controllo. Quindi, a chi posso chiedere aiuto? Veramente di che cosa ho davvero paura? Cosa posso fare concretamente?
[Anna] – Spacchettarle in pezzettini piccoli. Ne risolviamo una alla volta e troviamo una quadra!
[Sara] – Sì, sì, sì, assolutamente! Quindi anche proprio fattivamente e poi, lavorando anche su quelle che potrebbero essere anche delle paure abbastanza irrazionali a volte.
[Sara] – E una cosa bella è sicuramente il senso di autoefficacia, nel senso che io credo che spesso da genitori viviamo quel senso di “non sono in grado, non sono capace”, però a volte – almeno per me è stato così – Emma mi fa pensare a quante cose riesco a fare che non credevo di saper fare. E quindi credo che un po’ tutti noi genitori abbiamo bisogno di sentirci [così, NdR].
E penso che tutti noi siamo molto più efficaci di quanto immaginiamo. Quindi ecco, questa è una bella cosa che mi ha regalato la maternità.
[Anna] – Eccome! È veramente una competenza incredibile che va ricordata, va messa nel curriculum, va raccontata! E, Sara, io ti ringrazio perché con la tua storia penso che dai molto coraggio a chi magari è in una situazione simile oppure deve vivere queste paure e ci hai dimostrato che possono essere affrontate e che si può fare un bel percorso, un bel percorso trasformativo anche in questa fase di vita che ti ha portato la maternità.
[Anna] – Quindi grazie di cuore!
[Sara] – Grazie a te!
[Anna] – Grazie per aver condiviso la tua storia e grazie a voi che ci avete ascoltato dal vivo!
[Sara] – Grazie!
[Applausi, NdR]
Credits
“Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace ed è prodotto da Nidi Fioriti, una Fondazione che cammina accanto ai genitori nel tempo unico dell’infanzia.
Musiche © Pablo Sepulveda Godoy
Produzione video © Andrea Sanna