Vi do il benvenuto su Grembo (ep. 42)
Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo.
In questo podcast vi accompagnerò attraverso storie di donne e uomini che condivideranno il loro “racconto di pancia”. Lo farò mettendo da parte i preconcetti per raccontare una genitorialità diversa, senza filtri, senza giudizi.
Il grembo è il luogo da cui tutti noi veniamo, il nostro porto sicuro, ma è anche la nostra finestra sul mondo.
Siete sempre più numerosi ad ascoltare Grembo. Se volete sostenere questo progetto, iscrivetevi al canale, lasciate le vostre recensioni e condividete gli episodi con le persone a cui volete bene.
Introduzione
Questo episodio è diverso dagli altri. Per la prima volta, dopo tre anni in cui ho intervistato decine di persone qui in Grembo, le domande hanno cambiato lato. Questa volta sono stata io a prendere parola, grazie all’aiuto di Elisa Pella, che avete già incontrato nell’episodio numero 25.
L’occasione è stata la pubblicazione del mio primo libro che si intitola “Nascere è un verbo plurale. Una grammatica imperfetta per gravidanza, parto e genitorialità”, edito da San Paolo.
Si dice che non esiste un manuale per diventare genitori. Eppure, quando iniziamo già solo a immaginare di diventare mamme o papà ci mettiamo alla ricerca tra libri, corsi, profili social, blog (o podcast!) che spesso aumentano il rumore intorno a noi, finendo per ovattarci. I fattori in gioco sono così tanti che sentirsi persi è la norma.
Quando ho iniziato a pensare alla maternità mi sentivo proprio così: un po’ confusa e già inadeguata, prima ancora di cominciare.
A distanza di sei anni dalla nascita della mia prima figlia, dopo tre anni di racconti di pancia e diversi Festival in giro per l’Italia, ho scelto di dare una nuova forma alla pluralità di voci che mi ha accompagnata. Ho cercato uno spazio più lento. Un libro stampato su carta, un supporto che sa di antico, proprio come la nascita: una storia antichissima e sempre nuova.
“Nascere è un verbo plurale” è un titolo che contiene un errore semantico volutamente ignorato (e che la mia mamma, professoressa di latino e greco, ha prontamente sottolineato quando le ho svelato il titolo). Perché se è vero che la nascita è un’esperienza intima, è anche vero che è una questione profondamente collettiva.
Vi lascio quindi all’ascolto di questo episodio, per me un po’ speciale, perché è stato registrato dal vivo durante il Salone del libro di Torino: un luogo solenne, in cui sono felice di aver portato questi temi e un po’ della mia storia.

Apertura a cura di Flavia Fiocchi (Edizioni San Paolo)
[Flavia] – Buonasera a tutte e a tutti, grazie per essere qui! Oggi presentiamo un libro speciale, ma registriamo anche una puntata speciale. Siamo al Salone del Libro di Torino in un’edizione [la XXXVIII, NdR] che per noi ha qualcosa di profondo perché si chiama Il mondo salvato dai ragazzini e, per un libro che si chiama “Nascere è un verbo plurale”, vediamo una connessione davvero unica!
Sembra quasi fatto apposta… e forse un po’ lo è.
[Ridono, NdR]
[Flavia] – Grazie quindi per seguirci. Passo subito la parola, nel ringraziarvi ancora, a Elisa Pella per una conversazione sul libro, sul mondo e sui ragazzini, e sul diventare madri e sull’affrontare forse il viaggio più bello che la vita ci possa donare. Con Anna Acquistapace e il suo libro “Nascere è un verbo plurale”. Grazie!

Intervista ad Anna Acquistapace con Elisa Pella
[Elisa] – Grazie mille. Anna, benvenuta!
[Anna] – Grazie!
[Elisa] – Vi presento Anna: Anna è la voce del podcast Grembo, racconti di pancia.
“Grembo” è uno spazio in cui le storie di nascita trovano ascolto senza filtri e senza giudizio, con tutta la loro complessità e tutte le loro sfumature.
[Elisa] – Anna è anche mamma di due bambine, una lavoratrice a tempo pieno e ha scritto il suo primo libro, Nascere è un verbo plurale…
[Anna] – Di notte!
[Elisa] – Di notte, esatto! [Ridono, NdR]
[Elisa] – Nascere è un verbo plurale è un libro attraverso cui Anna, in parte, restituisce quello che ha raccolto in tutti questi anni di ascolto. Lei la chiama “una grammatica imperfetta per gravidanza, parto e genitorialità”. Di fatto questo libro non dà risposte certe, però accoglie tutte le domande e tutte le esperienze attorno a gravidanza, parto e genitorialità, cercando proprio di abbracciare un ventaglio molto ampio di possibilità e realtà. E questo è quello che Anna ha sempre fatto.
[Elisa] – Oggi noi ci mettiamo nella condizione di fare con lei quello che lei di solito fa con gli altri, quindi: dare spazio alle domande, dare spazio alla riflessione e dare spazio alle storie. Per una volta, Anna sarà anche la tua storia! Quindi, iniziamo da te!
[Elisa] – Se dovessi raccontarti oggi, presentarti tu, a chi di solito ti ascolta fare domande, che cosa diresti?
[Anna] – Grazie Elisa! E grazie anche a Flavia Fiocchi e a Edizioni San Paolo per permettermi di essere qui oggi al Salone del Libro di Torino. Io sono emozionatissima, c’ho il cuore che batte a mille, quindi se mi trema la voce sapete il motivo.
[Anna] – Beh, allora per raccontarmi, se posso, Elisa, userei quella domanda che io faccio a tutti. Nel senso che a ogni apertura di un episodio di podcast chiedo: «chi sei, quanti anni hai, da dove vieni, di cosa ti occupi, e da chi è composta la tua famiglia?».
[Anna] – E quindi io ho oggi 39 anni (anche se quest’anno ne faccio 40, quindi arriverò alla piena crisi di mezza età a breve!). Vivo a Seregno, che è una città in provincia di Monza e Brianza e, di lavoro, sono Program Director di una Fondazione che si chiama Nidi Fioriti, un progetto bellissimo che si occupa di infanzia e di “coltivare il villaggio” che sta intorno all’infanzia, quindi ha a che vedere molto con questi temi.
[Anna] – La mia famiglia è composta da Mauricio, mio marito, dalle mie figlie Ines, che ha 6 anni, e Olivia che ne ha quasi 4…e dal nostro cane, Bombilla, che era la prima arrivata! [Ride, NdR].
È difficile comunque presentarsi perché, di solito, ci si incasella, no? Sono una mamma, sono una lavoratrice, sono questo, quello, siamo una pluralità di cose. Io sono figlia, sono moglie, sono un’amica, sono una zia, insomma.
[Anna] – Ecco, diciamo che sono in un periodo di vita dove ho capito quali erano i temi che mi interessavano e quindi questo non è cosa da poco…perché è bello spaziare, sì, però, diciamo che la maternità mi ha dato un po’ una spinta per approfondire una “rivoluzione” che io ho vissuto sulla mia pelle, innanzitutto. E da lì è nato un po’ il desiderio di mettere in circolo queste storie per poter aiutare altre mamme – perché mi rivolgo soprattutto a loro, ma non solo. E quindi questa è un po’, diciamo, una presentazione generale che potrei fare.
Lavorare con le storie
[Elisa] – Infatti, “che cosa vuoi fare di lavoro?”, “voglio ascoltare storie di nascita e raccontare storie di nascita”. Ti ricordi quando hai deciso che avresti voluto fare questa cosa qui? C’è stato un momento specifico in cui hai avuto questa illuminazione o idea?
[Anna] – Sì, ma non è un’illuminazione che ho avuto io, è stato qualcun altro che me l’ha detto. Questa cosa è molto bella perché, a volte basta che, insomma, che qualcuno te lo dica in modo molto semplice!
[Anna] – Io ho passato tanti anni a lavorare con fotografi, artisti, fotografi reporter, persone che raccontavano storie, storie del mondo e per me era molto affascinante perché, ascoltando le loro storie, io viaggiavo nel mondo attraverso i loro occhi, attraverso queste immagini che loro creavano. E quindi diciamo che il racconto delle storie mi ha sempre appassionata.
[Anna] – Appunto, con questa rivoluzione della maternità, c’è stato un momento in cui mi sono detta «a questo giro sento proprio che potrei avere qualcosa da dire anch’io», ma non tanto perché sono io che ho vissuto chissà quale esperienza particolare della genitorialità, ma utilizzare, diciamo, quel metodo di racconto (non tanto l’arte fotografica, perché non so fare foto):
Il racconto come modalità di condivisione e di messa in circolo di, appunto, storie che possano ispirare, accompagnare, far sentire meno sole le persone, perché il viaggio nella genitorialità è qualcosa di complesso e ha mille sfaccettature.
[Anna] – Per iniziare a indagare queste sfaccettature c’è bisogno di iniziare ad accumulare storie e, quindi, c’è stata questa persona…perché la cosa curiosa che forse non ho mai raccontato è che questo podcast nasceva innanzitutto come un racconto di una storia distopica della genitorialità, nel senso che abbiamo sempre questa immagine un po’ edulcorata del “Oh, che bello, sei incinta, che momento meraviglioso”. Quando [invece] sappiamo che c’è tutto un lato B che non si racconta.
C’è una parte difficile, complessa, anche fatta di pensieri brutti, difficili da raccontare e quindi mi sono detta «perché non fare un podcast distopico?»
[Anna] – Un mondo dove non ci sono più figli, non si fanno più figli, che poi siamo in piena crisi demografica, quindi è un tema in realtà molto attuale e quindi – adesso non voglio raccontarvi tutta la storia, però – la volevo fare bella complessa. Ed era complesso e costoso, perché comunque un racconto del genere meritava, diciamo, a livello tecnico anche un lavoro enorme. E quindi un giorno una ragazza che lavora nel mondo del podcast mi dice “Ma perché non lo fai tu? Non il podcast distopico eh, ma perché non racconti tu le storie, la tua storia? E da lì ho avuto come un click, del tipo «Ma veramente, ma tu pensi che posso?»
[Anna] – Io poi mi sono detta, «dai, il podcast è buono perché non mi si vede in faccia». Perché tre-quattro anni fa i podcast erano solo audio, non c’era tutto il mondo del video, quindi ho detto “è perfetto”, perché io non amo farmi vedere. Quindi, audio benissimo, poi nel giro di un anno siamo passati al video podcast ed è stato un disastro, però diciamo che è partito da quello.
[Elisa] – La tua idea distopica potrebbe essere un romanzo di Saramago, me lo vedo perfetto. Eh, ti dirò che ti capisco molto bene perché, anche per me, dopo la mia nascita io ho scoperto la professione del fotografo di nascita, che non ha niente a che fare con quello che immaginiamo sui servizi, no, delle mamme in gravidanza…
[Elisa] – Ci sono delle immagini veramente truci, vere, reali, meravigliose. E ho proprio pensato, “se lo avessi saputo prima, avrei voluto fare la fotografa di nascita”, perché immaginati che grande onore poter stare nelle stanze in cui succede quella cosa meravigliosa, pazzesca, inimmaginabile che è la nascita. Quindi capisco molto bene il tuo desiderio di farlo poi, invece, attraverso le parole, essendo questo uno strumento che hai e che maneggi molto bene.
Le storie di Grembo, racconti di pancia
[Elisa] – Anna, di tutte le storie che hai ascoltato fino adesso, ce n’è una che ti è rimasta nel cuore o che in qualche modo ti ha cambiata, ti ha segnata in qualche modo?
[Anna] – Questa è una domanda difficile perché sceglierne una…sono tre anni che c’è questo podcast, ci sono una quarantina di storie e potrei scegliere magari delle “immagini” che mi hanno molto colpita.
[Anna] – Eh, così, mi viene in mente subito la storia di Irene Alison [episodio 12, “La madre attesa”] che è una mamma adottiva e, per esempio, raccontando la sua storia mi ha lasciato impressa una frase che lei mi ha detto, cioè perché mi è proprio rimasta dentro: l’adozione non è un atto caritatevole, è un desiderio che incontra un bisogno.
[Anna] – Questa cosa mi ha destabilizzata, perché avevo nella mia testa l’idea dell’adozione come un, lo dico male eh, “un piano B”: “se non arrivano i figli naturalmente, adottiamo”. Oppure, “dai, che carino, poverino”, c’è questa immagine un po’ di pietà, tipo “facciamo il gesto buono” e Irene, invece, mi ha raccontato un modo di vivere la sua genitorialità che mi ha fatto cambiare prospettiva.
[Anna] – Poi c’è stato Matteo Bussola [episodio 7, “La mia paternità inattesa”], che tra l’altro era qui al Salone. È stato il primo papà che ho raccontato e lui era un papà che non voleva fare il papà, cioè proprio zero, non era nei piani. Questa paternità ha preso una forma così bella, così appassionata, che ha ribaltato completamente la sua narrazione che faceva su se stesso.
[Anna] – È un papà che vuole esserci, è un papà che l’ha ripetuto mille volte nell’episodio del podcast, in cui diceva «Io non voglio fare il mammo, io voglio fare il papà». C’è già una parola per definire il ruolo di cura paterno cioè maschile, insomma, “papà”, usiamola, non spostiamo!
Poi questo è un tema grossissimo perché ancora si sente tantissimo questa parolaccia che è “mammo”.
[Anna] – Poi vabbè, Elisa, ci sei tu adesso, non perché sei qui di fianco a me, però Elisa Pella l’ho intervistata, andate a recuperare l’episodio che ho fatto insieme a lei, perché la tua storia è stata una storia profonda, di grande consapevolezza. Tu hai costruito una casa sicura per accogliere l’arrivo di Emma. È stato un percorso in salita, intenso e quindi, ecco, questa forza che tu hai tirato fuori in quella intervista ovviamente mi ha colpito tantissimo.
[Elisa] – Grazie. Adesso dobbiamo evitare di commuoverci! Sì, poi…io dico sempre «viva le cose che ci fanno cambiare idea», che ci portano a mettere in discussione quello in cui prima credevamo, a cambiare punto di vista. E difficilmente qualcosa lo fa tanto quanto lo fa il percorso di genitorialità, per cui queste storie ti cambiano e ti cambiano in un modo che poi lascia tracce anche in altri ambiti della vita.
Raccontare la propria storia personale
[Elisa] – Anna, nel libro tu fai un passo in più perché non fai solo “ascolto e domande”, racconti anche un po’ di te. Prima dicevi quanto all’inizio fossi in difficoltà a mostrarti, qui [nel libro, NdR] ti sei proprio aperta. L’hai fatto nel tuo modo, però lo hai fatto. È stato difficile? Che percorso è stato arrivare a raccontare della tua vita personale?
[Anna] – Allora, difficilissimo. Però la cosa bella è che è un percorso, quindi ci arrivi in modo graduale, non è una cosa dall’oggi al domani in cui devi raccontare di te stessa. È un po’ come le prime volte che iniziavo a prendere parola su Instagram: era il terrore.
[Anna] – Capisco la mia mamma che…adesso ogni tanto le racconto, no? E dico che vorrei tanto intervistare la mia mamma in questo podcast. [Verso la mamma presente, NdR] Mamma, è un invito ufficiale! Mi sta sgranando gli occhi…però la capisco.
Io avevo lo stesso approccio sul raccontarsi, perché c’è un tema di “pudore”, innanzitutto.
[Anna] – Il dire «Ma perché devo? Cosa c’è di interessante nella mia storia?». Voglio dire, è una storia come tante altre, ci sono delle storie spettacolari, molto più affascinanti, molto più che ti lasciano così… Ma in realtà la cosa bella di questi temi che ho iniziato a affrontare è che ognuno ha una profondità di vita in questi in queste tematiche che è bello andare ad approfondire.
Anzi, ti dirò di più, sono più interessanti le storie che all’apparenza sono banali, perché poi andando a scavare, stando nei silenzi…
[Anna] – Ecco, questa è una cosa che mi ha insegnato Mario Calabresi quando ho fatto il corso di podcasting, lui diceva: «il momento del silenzio è il momento migliore, perché se tu riesci a stare un po’ zitta nelle domande, ti rendi conto che si crea intanto un po’ quell’imbarazzo tipo “ok, come come devo riempire questo silenzio?”, ma poi la persona che hai davanti, magari, ti tira fuori una perla che è tale solo perché sei stata un attimo zitta».
[Anna] – E io che, comunque, parlo tanto e questa cosa ce l’ho da sempre…effettivamente è stato un bell’esercizio. Adesso sto divagando, però era per dire che ci arrivi piano piano.
[Anna] – Il libro è un’occasione per andare ancora più lenti, cioè in questo il podcast è molto vicino al libro. Infatti si paragona spesso il podcast alla scrittura di un libro perché hai una cornice un po’ più ampia rispetto ad altri mezzi di comunicazione. E quindi hai la lentezza che ti prendi (anche se ci sono le scadenze da rispettare), puoi darti il tempo di dire “ok, su questa cosa spendo delle parole in più”, perché tanto non ho, come adesso, un tempo da rispettare. Devo dire delle cose molto forti e interessanti in 30 secondi, no?
[Anna] – E questa cosa qui mi ha rassicurata tanto, perché mi sono detta “magari c’è meno possibilità che io venga fraintesa”, perché anche sui temi della genitorialità, attenzione, dici la parola sbagliata e ti arriva una valanga di cose…Quindi ecco, mettendo un po’ questi paletti temporali, appunto, e di spazio, mi sono un po’ rasserenata.
Il titolo: “Nascere è un verbo plurale”
[Elisa] – Hai scelto questo titolo che è bellissimo, molto evocativo, Nascere è un verbo plurale (hai scelto o avete scelto). Ti chiedo sia di raccontarmi di più del titolo del libro, sia di dirci chi avevi in mente quando hai deciso di scrivere questo libro. Tra poco uscirà [il libro è uscito il 21 maggio 2026, NdR], chi ti immagini con questo libro tra le mani?
[Anna] – Allora, intanto il bello di questo titolo è che semanticamente è errato. È un errore. Ed è la prima cosa che, di nuovo (scusa Mamma), è la prima cosa che mi ha detto mia mamma quando le ho detto di aver trovato il titolo.
“Mamma, ho trovato il titolo, ti piace?”, e lei: “Sì, ma è sbagliato”, “Appunto!”.
[Anna] – Mia mamma è prof. di latino e greco, quindi cioè, hai capito? Le parole sono importanti, anche la loro origine. Quindi quando gliel’ho condiviso è stato “sì, però”… È proprio quello il punto. “Sì, però”. Nella genitorialità, nella nascita ci sono un sacco di manuali, di “ti spiego come funziona”, “ti spiego la lista che devi avere” – e che c’avevo anch’io ovviamente delle cose da fare, la checklist – però in realtà c’è un’esperienza che poi è talmente personale, dev’essere vissuta come personale, che è plurale.
[Anna] – Ecco, quella parola lì, [plurale], è stata la svolta, perché è andata a racchiudere tutta questa varietà, questa ricchezza che ha l’esperienza di parto, gravidanza, genitorialità in senso ampio, e che poi va a toccare anche tutta una serie di tematiche collaterali.
Nel senso che nascere è un atto sì personale, cioè c’è un tema di “sono io, in quel momento lì, che sto per incontrare il mio bambino o la mia bambina”, però non è un atto isolato in sé. C’è intorno un partner, intanto, c’è una famiglia pronta ad accogliere, in modo più ampio una collettività, anzi, ci deve essere quella collettività, quel villaggio che oggi stiamo ricercando.
[Anna] – La pluralità per me ha questi due sensi. Da un lato una pluralità di esperienze perché la mia storia è diversa dalla tua ed è legittima. Dobbiamo legittimare le esperienze personali di ciascuno e quindi sottolineare questa pluralità. E, dall’altro, sottolineare il fatto che non siamo da soli in questa esperienza così trasformativa, così importante che è la nascita.
[Elisa] – Anche perché il racconto della genitorialità è necessariamente un racconto corale, non ce n’è una, sono “le” e quindi sono d’accordo, è plurale e ci sono tante storie quante sono le esperienze individuali delle persone.
Fare villaggio tra chi ha figli e chi non ne ha
[Elisa] – Senti, hai accennato al villaggio, io so che per te il concetto di villaggio è molto importante, lo è quello di “comunità educante”. Tu dai spazio nel libro anche a chi i figli non li ha, o perché non li vuole o perché non è riuscito ad averli e si è interrotto a un certo momento del suo percorso.
[Elisa] – Trovo che sia difficile oggi tenere insieme in certi ambiti chi ha figli e chi non ha figli. C’è una sorta di sguardo, da tutte e due le parti, che rischia di essere giudicante, no?
“Voi non potete capire”, “Voi avete perso la testa? Che cosa vi è successo?”. Come si evita che si creino dei muri? Che non sia un noi e voi, ma che sia un siamo tutti insieme, siamo plurali!
[Anna] – Guarda, questo è un tema, sì, che mi sta molto a cuore. Proprio qualche giorno fa ero alla presentazione di un libro di Gemma Capra, che è la vedova Calabresi, e raccontava del tema, vabbè, del tema del “perdono” e lei che, appunto, ha perdonato, con non poca fatica ovviamente, per quello che le era successo…La sua chiave era tornare all’umanità, umanizzare le persone.
[Anna] – Ecco, anche in questo ambito – quindi l’ambito della nascita, della genitorialità, di queste fazioni che si creano, perché è veramente un mondo in cui si creano bianchi e neri, e invece io credo ampiamente nelle sfumature che hanno queste esperienze – anche su questo tema è importante, secondo me, tornare a guardarci in faccia e andare veramente a incontrare l’altro e capire cosa sta vivendo l’altro.
[Anna] – Perché è facile puntare il dito o dire “Ah, tu non puoi capire, sai, io ci sono passata, ma tu che non ci sei passata non puoi capire”. Però cerchiamo di entrare un po’ più in empatia, andiamo a scavare, capiamo perché si è creata questa barriera, perché poi sappiamo che dietro le persone ci sono dei vissuti complessi, a volte dolorosi.
[Anna] – Pensiamo, appunto, anche banalmente a chi cerca un figlio e il figlio non arriva. È un mondo! L’abbiamo detto anche nell’intervista insieme.
Tu hai detto, a un certo punto, che chiedere “Ma perché non lo fai un figlio?” è una domanda violenta, non va fatta. Punto. Poi certo che puoi trattare il tema, però il modo in cui lo tratti è fondamentale perché le parole possono ferire e nascondono dei mondi che non necessariamente conosciamo.
[Anna] – Quindi, ecco, abbassare queste barriere, tornare a incontrarci per davvero. Il concetto del villaggio per me è fondamentale. Io insisto su quello, ci faccio dei Festival su questa tematica con Nidi Fioriti, perché è proprio la modalità per incontrare tutti, non solo chi ha figli o bambini della stessa età che giocano insieme, ma anche chi un figlio lo desidera e non arriva.
Però bisogna creare un ambiente che permetta questo incontro, un ambiente che non sia giudicante, un ambiente di apertura, di accoglienza, e anche più tollerante perché poi, se lo vedi all’opposto, cioè quindi come quelli che hanno i figli, siamo in una società che maltollera i bambini sui treni, sugli aerei, in giro, quindi ecco, vedi che c’è una pluralità, una complessità, ma anche tante prospettive.
[Elisa] – Però sono d’accordo che nella maggior parte dei casi il muro, quando c’è, nasconde un dolore e dobbiamo avere il coraggio di andare verso quel dolore.
[Elisa] – Qualche giorno fa, forse ci siamo scritte, una persona mi ha scritto “come osavo parlare di procreazione assistita”, visto che la mia era una storia a lieto fine. Mi è dispiaciuto molto, perché era chiaro che ci fosse molto dolore lì. Però, a volte, le storie sono tutto quello che le persone hanno e ci tengono a dare dignità alle loro storie e, a volte, il fatto che ci siano delle altre storie viene vissuto non come un “coro plurale”, ma come una competizione. Però penso che il lavoro come il tuo possa andare nella direzione di abbassare questi muri, attraverso il racconto delle nostre storie.
Scrivere e rileggere il diario della gravidanza
[Elisa] – A un certo punto tu racconti di avere scritto durante le tue gravidanze – forse all’inizio anche delle tue settimane di genitorialità – dei diari, per cui io volevo sapere innanzitutto se li hai riletti di recente, nel momento in cui scrivevi il libro, come ti sei sentita? Cosa vorresti dire a quella persona che scriveva quelle cose?
[Elisa] – E poi, siccome ti avevo anticipato che ti avrei fatto questa domanda, volevo sapere se sei riuscita a recuperarne uno…
[Anna fa vedere che ha in mano un diario, NdR]
[Elisa] – Quindi questo è il numero uno? Anna tiene in mano il diario numero uno! Hai voglia di leggerci magari anche un passaggio?
[Anna] – Sì, allora, questi diari sono tanti. Io vi ho portato qua il primo, che era un quadernetto. Mi è sempre piaciuto scrivere diari quando ero bambina, poi ho smesso, non so perché. Però con la gravidanza mi è tornata quella voglia di raccontarmi, non so per quale motivo psicologico. Il diario comunque è un bel modo di raccontarsi, con l’idea che ovviamente lo volevo leggere solo io, quindi è scritto male, non è ordinato…
[Anna] – È anche un quaderno degli appunti perché io ho la prima pagina – che adesso vi leggerò le prime due righe – e poi alla seconda pagina, con il primo marzo del 2019, le “domande al ginecologo”.
Mi ero appuntata: «Posso bere l’acqua del rubinetto? Posso tingermi i capelli? Posso fare zumba? Posso prendere un aereo? E poi, “dieta”», che non era neanche una domanda, era tipo “oh quanti chili… cosa devo fare, cosa devo mangiare”, quindi c’era un po’ di tutto.
[Anna] – Però sì, li ho riletti tanto, li ho riletti soprattutto tra la prima e la seconda figlia, perché avevo bisogno di ricordare cosa mi era successo, anche se era successo da 2 anni, quindi voglio dire la memoria era fresca, però ho detto “Vediamo se era così doloroso”, “Sì”.
[Anna] – In realtà la prima è una pagina che rileggo un po’ con dolore, perché io ho avuto un’interruzione di gravidanza e, però, la primissima pagina in realtà era il momento in cui ho scoperto di essere incinta. Quindi scrivevo:
[Dal diario di Anna, NdR]:
«Sono le 22:22 di un giovedì sera di febbraio. Da poco ci siamo resi conto che la nostra vita cambierà per sempre. Ho fatto il test di gravidanza e sono apparse due lineette. Eh sì, sembra che sia veramente incinta. Non a caso ho scelto questo quadernetto per scrivere le mie prime emozioni: questo quaderno ci è stato dato in Patagonia, dove tutto è nato» – vabbè sono cose un po’ personali, va bene – «o meglio, era l’Isola di Pasqua per essere precisi, e a dirla tutta è stata la prima volta senza preoccupazioni. Insomma, siamo ora sul letto, un po’ increduli, emozionati. È una strada lunga e non sarà facile, ma non so, mi sento diversa e sento che andrà tutto bene».
[Anna] – Ecco, non è andato tutto bene, tra l’altro perché, appunto, poche pagine dopo, eh questo bimbo non c’era più. E questa cosa ovviamente qua la scrivo, la riscrivo. Avevo già fatto la lista dei nomi che mi piacevano, però poi “il libro è andato avanti”, la mia è una storia a lieto fine e ho delle bambine bellissime.
[Anna] – Però, al di là di questo, è proprio il tema del racconto, lo scrivere è catartico, aiuta, è un accompagnamento. E nel libro l’ho scritto, quindi scrivere! Oppure io mi registravo anche degli audio nella seconda gravidanza, che non avevo più tempo di scrivere così tanto. Mi sono fatta degli audio da sola, mentre camminavo, che passeggiavo giù col cane, tipo “vabbè, non ho tempo scrivere, quindi mi autoregistro”: le sensazioni, cosa sento, cosa sto vivendo e, chissà se un giorno li ascolterò.
Comunque è bello aver lasciato una traccia di memoria, ecco.
[Elisa] – Io provo molta tenerezza per quella versione di te che scriveva quelle righe. Mi fa anche sorridere il rapporto che abbiamo…dico “abbiamo”, perché insomma io e te, e sicuramente altre persone, che abbiamo con l’oggetto diario.
[Elisa] – Adesso, chi è a casa non lo vede, ma non è proprio un diario bello, no? Elegante, speciale… Eppure tu nella prima pagina dici “Questo è speciale, questo pezzo di carta su cui sto scrivendo è speciale”. Io mi ricordo che davo un nome a tutti i miei diari, per cui abbiamo questo “rapporto”.
[Elisa] – Mi fa tenerezza perché, chiaramente, con la trasformazione che ci attraversa quando diventiamo genitori, ci sono delle parti che crescono, delle parti che nascono, delle parti che sfumano. Eh, non lo so, sarà la mia versione personale, ma io sento il tentativo di tenere qualcosa e non farlo sfuggire, no? Adesso lo metto qui, così non sparisce!
In fondo dimentichiamo tantissimo di quella che è la nostra esperienza di nascita, no? Di quando mettiamo al mondo i figli.
[Elisa] – E penso che sia molto bello che tu, in qualche modo, costringi le persone a ricordare e a lasciare una traccia no? Questo podcast che non sparirà. Perché se non siamo costretti a volte non lo facciamo quell’esercizio, e tantissimo viene dimenticato. Tu lo dicevi prima, cioè “io alla seconda gravidanza volevo ricordare cos’era, cosa avevo provato durante la prima”, perché non lo ricordiamo!
Genitorialità e performance
[Elisa] – Senti, tu accogli appunto tante esperienze diverse, cerchi sempre di stare alla larga dall’alimentare l’idea che ci sia “un modo giusto”, un modo “migliore” di fare i genitori. Anche qui, la scelta della grammatica imperfetta ti rappresenta molto. Tu personalmente ti sei mai sentita un po’ fuori posto rispetto alle narrazioni dominanti, nel tuo percorso di genitorialità?
[Anna] – Beh, certo, penso che sia un tratto comune a tutte le madri. Ho scelto questa parola, imperfezione, perché dobbiamo proprio prendere le distanze. Cioè in generale nella nostra vita di donne, ci viene chiesto di essere perfette, iper performanti, sempre mamme tutto fare che sanno fare un sacco di cose e le fanno anche bene!
[Anna] – Ecco, con la gravidanza, col parto e tutto quello che viene dopo, questa cosa è accentuata e un po’ ce lo auto-infliggiamo anche noi, penso, però anche un tema culturale talmente radicato che non possiamo proprio farne a meno.
Quindi metterla nel sottotitolo, questa imperfezione, per me era importante perché non dobbiamo dimostrare niente a nessuno.
[Anna] – Io ho partorito la mia prima bambina il 20 marzo 2020 ed era in pieno Covid, cioè eravamo pieno Covid nel senso della prima ondata – se vi ricordate era tutto molto difficile, non capivamo niente di quello che era…. Quindi quell’immagine di parto che io avevo nella mia testa non si è avverata. Non è stato proprio quello. Ero da sola, cioè mio marito è entrato all’ultimo, però non era… le ostetriche, poverine, erano tutte agitate, stressate dalla situazione.
[Anna] – Eh, mi aspettavo un via vai di parenti, amici che venivano magari coi fiori, mi ero comprata il pigiamino bello per l’ospedale, non l’ha visto nessuno! Ovviamente queste sono cose banalissime, però sai, fanno parte di quell’immaginario che tu dici “nella mia immagine perfetta, io sarò lì tutta carina, sistemata”. Senza avere la piega, come magari vedi alcune influencer che hanno, appunto, la piega, le unghie perfette.
[Anna] – Io ero un po’ sfatta, però, come dire, avevo un’immagine che era molto vicina al tema della perfezione, cioè già ho performato. E nel periodo del Covid mi aspettavo “la medaglia” che non è mai arrivata.
Ci si diceva nel gruppo di mamme nel corso preparto: «Noi siamo delle super mamme, cioè noi veramente stiamo passando qualcosa di incredibile e verremo ricordate in futuro come quelle che hanno partorito nel 2020». Questa cosa ovviamente non è successa. [Ride, NdR]
[Anna] – Ve la racconto così, perché, ovviamente, questo è un esempio piccolo e anche un po’ banale…
[Elisa] – Scusami, volevo dirti su questo, proprio per la pluralità di cui parli, io avevo una bambina di 2 anni e mezzo durante il lockdown…anch’io vorrei una medaglia! Perché [Ride, NdR] per la quantità di attività che bisognava organizzare per stare in casa tutto il giorno, tutti i giorni, settimana dopo settimana, no? Senza uscire, parlare con altri adulti, eccetera.
[Elisa] – Questo è proprio il racconto plurale che, se ci mettiamo a fare la gara di chi l’ha avuta più dura, non arriviamo da nessuna parte. Invece, se riusciamo a essere dalla stessa parte e dirci quanto è stato difficile per ognuno a suo modo, penso che possiamo creare un grande abbraccio collettivo anche con chi ci ascolta. Dove eravate a marzo 2020?
[Anna] – Sì, sì. Infatti, tra l’altro, per esempio nel libro parlo del tema del piano del parto, che è questo “piano nascita” che molti consigliano. Io stessa lo consiglio, perché è un momento in cui tu ti prendi del tempo per mettere giù per iscritto le cose che vorresti che accadessero nel tuo parto ideale.
[Anna] – Bellissimo, però attenzione che questo ideale non cada nel performativo, cioè nel “deve essere così, altrimenti…”, altrimenti cosa succede? Perché molte volte le cose non vanno come vorresti e quindi, diciamo, convincerti che deve andare così ti mette a rischio, perché se poi le cose non vanno come hai pensato vai in crisi! E vi assicuro che spesso non vanno come le immaginiamo.
Prendersi il tempo
[Anna] – Quindi sì, diciamo che è un tema delicato ed ecco – tu all’inizio mi hai chiesto e non ti ho risposto; a chi pensavo mentre scrivevo questo libro. Io ho pensato intanto spero a delle generazioni giovani, nel senso sempre più la Gen-Z, no? Che magari iniziano a interrogarsi sul tema. Infatti per questo il primo capitolo è dedicato proprio al “Ma io un figlio lo voglio fare sì o no?”. Una domanda che spesso non viene posta e che, secondo me, è fondamentale, ma non per terrorizzare. Io avevo fatto la lista dei “pro e contro”, però io non sono un buon benchmark, però ecco, ehm, farsi questa domanda per me è già importante.
[Anna] – E poi pensavo soprattutto alle persone che potevano avere del tempo da dedicare alla lettura, non solo del mio libro, ovviamente non sono così egoriferita. Però la gravidanza, soprattutto la prima, è un tempo prezioso che non ritorna. Questo è uno spoiler che si può fare, no? Perché poi dalla seconda in avanti, appunto, io facevo gli audio, perché non avevo neanche più il tempo di scrivere, però quel tempo lì è un tempo da prendersi, per me, per prepararsi a un cambio di vita.
Inevitabilmente non saremo più le stesse. Cioè, un bambino arriva per non andare mai più via, ok?
[Anna] – Quindi prendersi quel tempo, non lavorare proprio fino all’ultimo… ancora, di nuovo, il tema della performance! Ma io stessa eh, era tutto un “lavoro il più possibile adesso, così accumulo i giorni per il rientro”. Ma no! Ma tornassi indietro, no! Prenditi già quel tempo lì, è prezioso, perché poi nulla sarà più come prima, ma non per far terrorismo.
È bello anche quel tempo di attesa e questi 9 mesi non sono casuali se parliamo di gravidanze, perché è un tempo formativo, di preparazione, necessario e prezioso.
[Elisa] – Sì, sono d’accordo! Amen, esatto! Non te ne accorgi, perché sei orientata al futuro mentre lo vivi e poi, appunto, capisci che è stato velocissimo, che è stato l’ultimo momento in cui eri con te stessa davvero, da sola, nella tua relazione di coppia e che poi è cambiato tutto in modo anche bello, però è cambiato tutto in modo che non torna più indietro.
Il momento del primo incontro
[Elisa] – Senti, di tutti gli aspetti legati alla genitorialità, al mettere al mondo un figlio, qual è quello che ti appassiona di più? Qual è la tematica verso cui in questo momento hai maggiore interesse?
[Anna] – Allora diciamo che c’è una domanda ricorrente che faccio un po’ a tutte le persone che intervisto. Io mi faccio raccontare il momento dell’incontro, del primo incontro, perché secondo me quella parte lì è così bella, cioè nel senso che è così irraccontabile che io voglio che le persone me le raccontino per trovare le parole per descriverla.
Molti la chiamano “bliss”, che è un momento di beatitudine, no? Quindi hai il tuo bambino tra le braccia, il primo sguardo, incrocio di sguardi, senti il profumo della sua pelle…dopo che hai, appunto, avuto un parto, cioè un momento di gran fatica, ma lì è un momento di incontro che è prezioso ed è qualcosa che ti rimane in modo indelebile nella memoria.
[Anna] – Per me è stato così e quindi ci tengo molto a raccontare quella parte lì, non tanto per dire “ragazzi è talmente bello che dovete fare i figli perché quella parte lì ti ripaga di tutte le fatiche”…no, sono balle. È comunque molto faticoso! Però è anche bello raccontarlo e che ognuno lo racconti in base alla propria esperienza, di modo da anche prepararsi a quell’incontro lì.
[Anna] – E molte volte non c’era amore a prima vista. Ho avuto tante storie che mi han raccontato, del tipo “ero talmente stanca che non sono riuscita neanche a prenderlo in braccio, che l’ho lasciato ai medici”, tipo “prendetelo voi adesso, tra un attimo mi ripiglio e facciamo l’incontro” o il, come si chiama, pelle a pelle.
[Anna] – E altre, però, ti raccontano e lo vedi che gli brillano gli occhi. Il primo incontro, che vale la pena andare veramente a fondo, perché quella magia è unica, irripetibile, è personale. E questa parte qua è quella che veramente mi piace raccontare, nella sua, appunto, pluralità di esperienze.
[Elisa chiede come sia stato il primo incontro di Anna, NdR]
[Anna] – Il mio primo incontro? Ehhh…
Allora posso dire un’altra cosa “brutta”, che non si dice? Al primo figlio hai un’esperienza diversa rispetto al secondo, dalla mia prospettiva.
[Ride, NdR]
[Anna] – Perché la prima volta è una cosa che… cioè, è la prima volta che la vivi e quindi è tutto un po’ più amplificato! Io spero che mia figlia Olivia non senta mai questa intervista, non è che le voglio meno bene, però è una prima volta…
[Anna] – E quindi il primo incontro che ho avuto con Ines è stato incredibile, perché dopo ore e ore di travaglio, tantissime ore senza epidurale – perché l’epidurale ce l’avevano giustamente i malati di Covid. Però la cosa positiva è che, nonostante non avessi ricevuto l’epidurale (ce l’ho fatta, sono sopravvissuta!) dopo non avevi più fatica, cioè io stavo benissimo. Quindi appena presa in braccio io ero pronta a correre la maratona, ma letteralmente!
Mi sono goduta quel momento di riceverla tra le braccia. Ho questa sensazione del suo corpo piccolo, caldo, mini, su di me e vederla. Che poi lei ha aperto gli occhi subito, ci siamo viste, riconosciute.
[Anna] – Poi le ho iniziato a parlare, ovviamente ho iniziato a parlarle! Bla bla bla bla, tipo “sei bellissima”! Ho iniziato a cantare le canzoni, “ti ricordi nella pancia che ti cantavo?”, vabbè, a modo mio. Però ecco quella sensazione di pelle, di profumo è qualcosa che…io dimentico un sacco di cose, ho una memoria selettiva incredibile, quindi le cose le dimentico, ma questa cosa qua me la porterò avanti tutta la vita.
Essere gentili con e nella genitorialità
[Elisa] – Senti, verso la fine del libro tu parli di gentilezza, che è una parola meravigliosa, come forma di cura. Mi racconti che cosa significa concretamente? Soprattutto che cosa significa anche essere gentili con se stessi nella genitorialità, che è una cosa che ci viene spesso molto di difficile.
[Elisa] – Io vedo tanti genitori che scelgono di praticare un’educazione rispettosa. Sono molto rispettosi o comunque provano a esserlo nei confronti dei loro figli, ma verso se stessi…soprattutto le mamme, fanno una gran fatica a essere rispettose! Quindi raccontaci, come vedi tu questa gentilezza come atto di cura verso i figli, ma anche verso se stessi?
[Anna] – Guarda, sì, la gentilezza per me è necessaria, soprattutto, ma in generale nella società, mettiamola così! Non solo in questo ambito di nascita.
Per me significa, molto concretamente, cambiare lo sguardo con cui ci si tratta, noi stessi, mentre si vive un’esperienza che è complessa, che è intensa, che è faticosa, perché è così, c’è poco da dire.
[Anna] – Non è una cosa “oh, è bellissimo, tutto facile”, no, è complesso, quindi essere un po’ clementi con se stessi, prendersi cura innanzitutto di se stessi, quindi riconoscere i propri limiti, dire quindi “è faticoso”, diciamolo! Anche se è una cosa che normalmente non si dice, eh, è un modo di cambiare questa narrazione per me doveroso.
[Anna] – Quindi più iniziamo a raccontarla questa cosa, più in futuro penso che le donne riusciranno a liberarsi, di nuovo, da quel senso di performance, dell’essere super performative, perfette e che è tutto meraviglioso. È un cambio di sguardo per me la gentilezza necessario, e poi è una gentilezza che c’è bisogno di allargare a tutto quello che ci sta intorno!
[Anna] – La vedo anche molto concretamente: vedere una mamma in giro con un passeggino e notare che c’è un gradino che deve superare, quindi dire “ti aiuto?”. Cioè banalmente in metropolitana io vedo troppe mamme che si tirano la carrozzina da sola e quindi questa gentilezza la possiamo allenare noi stessi innanzitutto, ma poi anche con gli altri per creare questo circolo virtuoso fondamentale.
[Elisa] – Forse quello che ti ho sentito dire è anche un po’ che la gentilezza è abbassare gli standard che abbiamo su di noi, no? Lavorare su quelle aspettative che poi ci portano a essere terribilmente esigenti.
Il rapporto di una mamma con la propria mamma
[Elisa] – Senti, prima hai parlato della tua mamma che menzioni anche nel libro. Ho una curiosità, com’è cambiato il rapporto con lei? O il modo di vedere lei, dopo che tu sei diventata mamma?
[Anna] – Mia mamma è rossa come un peperone, non ne può più. Perché mamma…no, non vai via, tu rimani! Anzi, te l’ho detto, faremo un episodio solo con la mamma! [Ridono, NdR]
[Anna] – Allora, io ho la fortuna di avere i miei genitori al fianco. Mamma e papà e una schiera di fratelli maschi che, vabbè, sono fratelli maschi, non puoi fare granché (scherzo!). Però la mamma ha un ruolo speciale; ha un ruolo speciale perché effettivamente si crea una relazione (cioè se sei in buoni rapporti, appunto), c’è una relazione che si fortifica ulteriormente.
Poi lei dice sempre che la cosa bella dell’essere la mamma [della mamma], la nonna. È che la nonna non ha tutte le fatiche che hanno le madri, prendono solo il “bello”.
[Anna] – Un po’ la cosa mi fa arrabbiare, però effettivamente così, prendono il bello dell’avere dei bambini intorno senza le fatiche, le preoccupazioni dei genitori. E quindi si è creata questa nuova forma di famiglia, perché poi i miei genitori sono molto coinvolti nella cura e nella crescita delle mie figlie, per forza di cose – e qui potremmo aprire un capitolo sui nonni molto ampio – però è bello perché si creano delle dinamiche nuove, tu ti rivedi un po’ bambina nel modo cui, appunto, la mamma si prende cura di tua figlia.
[Anna] – Anche se di nuovo, apro parentesi, con le mie figlie loro fanno delle cose che con me non facevano, ma non esiste! Cioè si prendono delle libertà…e dico “Ma vuoi saltare sul letto?”, “Ma certo”. Ma ma dove? [Ride, NdR] Quando ero piccola non entravo neanche in camera loro! Quindi, scherzi a parte, è un modo nuovo di vivere questa fase di vita che ci ha legato molto di più. Io poi sono molto fortunata: chi non ha i nonni vicini queste dinamiche le può magari creare con altre figure, quindi non è obbligatorio che ci siano i nonni.
Però tra mamma e figlia è come riscrivere un nuovo capitolo della propria storia ed è bello, non so come descriverlo, però è proprio bello.
[Elisa] – Nel tuo libro dici una cosa che io ho riscontrato, cioè a un certo punto dici «Ah, ho capito adesso, ho capito certe cose che non capivo». E, tra l’altro, per dire a tua mamma e ai nonni, io ho avuto un rapporto meraviglioso speciale con la mia nonna che purtroppo è morta quando avevo 18 anni, ma i nonni non subiscono l’adolescenza, non vengono messi in discussione durante quel periodo, per cui è un ruolo veramente privilegiato da questo punto di vista.
Un tempo per raccontare
[Elisa] – Senti Anna, tu hai parlato del tuo lavoro, la start-up, c’è il Festival che porti avanti, c’è Grembo, adesso hai scritto un libro. Dove sei in questo momento nella tua vita? Cioè, hai altri progetti che bollono in pentola o ti fermi a goderti un po’ queste cose?
[Anna] – Adesso mi fermo! Lo so che sarebbe bello sentire “Sì ho diecimila idee…”. No. Adesso vorrei prendermi un tempo per diciamo, non tanto “tirare il fiato”, perché non è che mi fermo. Di base sono una che si dà da fare, mi piace fare…e alzo sempre l’asticella!
[Anna] – Però penso che, ecco, chiudere questo libro sia stato molto sfidante, perché era un progetto nuovo, perché era la prima volta che mi cimentavo nella scrittura così dai tempi della tesi di laurea, quindi voglio dire…c’era bisogno di mettersi, insomma mi sono messa alla prova!
[Anna] – E credo che ci sia anche il tempo, che sia necessario un tempo per raccontare, no? Come stiamo facendo adesso, la genesi di questo libro, cosa ci sta dentro e portare anche questi temi nei Festival che sto curando. Quest’anno ne faccio quattro [nel 2026 il Festival sarà a Milano, a Seregno, a Genova e a Brescia, NdR]! Quindi l’idea è quella di aumentare sempre di più le tappe [rispetto al 2025, con due tappe la tappa di Seregno e di Milano, NdR].
[Anna] – Però, a un certo punto, è giusto anche un attimino non correre sempre, perché è bello anche stare, no? Stare nelle difficoltà, stare anche nel momento presente come lo siamo adesso.
Io sono felicissima, però ecco, siamo qui e poi, tanto, di idee ne ho sempre nel cappello, quindi a una certa il coniglio uscirà fuori e vi stupirò!
La scelta della copertina
[Elisa] – Senti, visto che parliamo di imperfezione, di normalizzare le esperienze, di accogliere gli errori e le difficoltà. Hai scritto questo libro, siamo molto felici, siamo molto orgogliosi di te…mi dici qual è stato il giorno peggiore della scrittura di questo libro?
[Ridono, NdR]
[Anna] – Il giorno peggiore! Flavia [Fiocchi, NdR] dice che non lo sa…
Allora, per me il giorno peggiore è stata la scelta della copertina.
[Ride, NdR]
[Anna] – Ma perché tu sai che quando fai quella scelta lì, quella rimane e quella ti porti avanti! Del tipo “che vestito metto?”, però un vestito importante, perché la copertina è un po’ quello che ti presenta. Potrei dire il titolo, che è ancora più complesso, però il titolo a un certo punto è arrivato anche in modo facile.
[Anna] – Invece, la copertina che ho immaginato insieme a Giulia Amoruso, che ringrazio, è stata una bella genesi, però poi non arrivavamo mai a dire “Ok, ci siamo, ci siamo”. Era più tipo, “ma se ci diamo ancora qualche giorno e magari esce fuori un’altra idea…”
E invece questa immagine de La danza di Matisse che, diciamo, rende un po’ questa idea della pluralità, a un certo punto ha preso forma e quindi dopo mi sono detta “ok, dai, ci siamo”.
[Elisa] – Il giorno peggiore è quello in cui ti sei chiesta, “Ma sarà la scelta giusta? Ma sarà quella migliore che posso fare?”. Torniamo sempre alla domanda, è quella domanda che ci frega sempre.
Che cosa dice il libro dei (e ai) papà
[Elisa] – Grazie Anna! C’è qualcosa che non ti ho chiesto, che vorresti raccontarci? Avete domande? Avete voglia di fare qualche domanda a Anna? Se no la ringraziamo!
[Elisa] – Ci sono uomini qui, eh! Vediamo se si sono sentiti inclusi!
[Ascoltatore] – Se e come entra il papà in Nascere è un verbo plurale?
[Anna] – Questa la so! È vero, abbiamo parlato poco di paternità, però nel libro ne parlo perché sì, è fondamentale la presenza dei papà. La cosa bella che posso dire, tra l’altro, dall’esperienza di questi anni di podcast è che comunque ho visto un’evoluzione del ruolo dei papà nella nascita.
Papà che vogliono sempre di più essere presenti, essere visti!
[Anna] – Perché c’è ancora un po’ l’immaginario del “papà in sala parto? Mettiti un po’ di lato, perché intralci”, oppure oh, il “papà che sviene”, perché non riesce a reggere l’intensità del parto. Certo ci sono i papà che si emozionano e che svengono ancora, però diciamo che rivendicano il loro ruolo ed è importante raccontarlo.
[Anna] – È importante e fondamentale la loro presenza dal giorno 1 se non 0 o meno 9, nel senso che il loro coinvolgimento è fondamentale perché, è risaputo, la madre vive un cambiamento anche fisiologico notevole, anche il padre – perché anche gli uomini hanno un cambio ormonale e tutto il resto – però diciamo che è più evidente nelle donne.
Quindi, coinvolgerli dal giorno 1 permette già di sperimentare il loro ruolo di padri e farli arrivare sì, più preparati e renderli più partecipi.
[Anna] – Io parlo tanto anche del tema dell’allattamento, no? E si dice ancora troppo spesso che «l’allattamento è un affare delle donne». L’allattamento al seno, intendo, per cui, “i papà cosa c’entrano? Perché? Cos’è che può fare un papà quando la mamma allatta? È lei!”. Eh no, i papà possono fare tantissimo, tant’è che possono fare tutte le altre cose che generalmente non fanno – qua purtroppo mando qualche frecciatina, però è necessario!
[Anna] – Occuparsi della casa, delle cose, delle incombenze, sistemare il cuscino, dire “Cosa hai bisogno? Ti porto dell’acqua?”, sono banalità. Però mi rendo conto che, in realtà, parlando anche con molti papà, è un mondo per loro che non è conosciuto, quindi raccontare quello che un papà può fare è fondamentale.
Sappiamo anche che con la genitorialità, quando arriva un bambino in una famiglia, la parità di genere viene messa a dura prova! E io che, ovviamente, c’ho un animo femminista mi dico «ok, allora cosa possiamo fare per rimettere un po’ questi ruoli alla pari?». Il che non vuol dire fare le cose metà e metà, ma che ognuno trovi il proprio spazio e che la relazione funzioni in un momento di cambio così radicale come è l’arrivo di un bambino o di una bambina in una famiglia.
[Elisa] – Tra l’altro, in una sala parto dove nasce un bambino è pieno di persone competenti sulla nascita, ma la persona più competente sulla mamma che sta facendo nascere è il compagno, per cui ha un ruolo fondamentale a livello di empatia, di supporto, di comprensione, di intermediazione. Cioè non solo nel rapporto col bambino che nasce, ma proprio con la persona che sta mettendo al mondo. E questa cosa, secondo me, è troppo sottovalutata! Prima ancora del figlio, proprio la madre, no? È quel prendersi cura!
In quel momento è chiaro che il grosso del lavoro lo deve fare lei, ma proprio per quello lei ha bisogno di qualcuno che è dalla sua parte, che vede lei, la sua fatica!
[Anna] – Manca lucidità nel momento del parto, quindi il padre – che sa che cosa desidera lei, sa cosa non le piace, come funziona – lui deve essere un po’ il “garante”. Andrea Loreni, che ho intervistato nel podcast [episodio 29, “Il papà rampante”], diceva che doveva essere proprio…doveva curare la sacralità del momento. Diceva che lui era lì per fare “il cane da guardia”, per dire che questa cosa lei non la vuole e che adesso è in un momento un po’ “delirante”, in cui non è molto consapevole, quindi “ve lo dico io che la conosco”. Quindi sì, è un ruolo indispensabile, anche se ovviamente sappiamo che non è sempre presente, però ecco, il ruolo è fondamentale, importante.
Ringraziamenti
[Anna] – Allora, grazie! Mamma, non vuoi fare un intervento, una domanda? Ti passo il microfono perché sennò non si sente!
[Mamma di Anna] – Allora, han fatto tanti complimenti immeritati a me…allora, io a distanza li faccio a mio marito, perché negli anni Settanta era un papà che andrebbe benissimo ai giorni d’oggi!
[Applausi, NdR]
[Anna] – Confermo!
[Ascoltatore] – Ringrazio Anna anche per questo sguardo che ha dato, e mi porto a casa la possibilità di costruire, ricostruire il ruolo paterno, non metà e metà, ma con funzioni flessibili, modalità creative che probabilmente tu stessa hai già sperimentato. Grazie!
[Elisa] – Grazie Anna, è stato bello conoscerti un po’ meglio, grazie a questo libro e a questo tempo. In bocca al lupo e ci vediamo al Festival!
[Anna] – Prestissimo! Vi aspetto a Milano! Poi a Seregno (20 e 21 giugno 2026), mentre a settembre a Genova e a ottobre a Brescia.
[Anna] – Quindi scrivetemi, fatemi sapere cosa ne pensate leggendo queste pagine e grazie di cuore Elisa per questa chiacchierata così onesta, così profonda. Mi hai fatto sentire a mio agio! [Ridono, NdR] Grazie mille, grazie a tutti!
[Applausi, NdR]
Credits
“Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace ed è prodotto da Nidi Fioriti, una Fondazione che cammina accanto ai genitori nel tempo unico dell’infanzia.
Musiche © Pablo Sepulveda Godoy
Produzione video © Andrea Sanna