Vi do il benvenuto su Grembo (ep. 41)
Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo.
In questo podcast vi accompagnerò attraverso storie di donne e uomini che condivideranno il loro “racconto di pancia”. Lo farò mettendo da parte i preconcetti per raccontare una genitorialità diversa, senza filtri, senza giudizi.
Il grembo è il luogo da cui tutti noi veniamo, il nostro porto sicuro, ma è anche la nostra finestra sul mondo.
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Il libro “Nascere è un verbo plurale”
Prima di lasciarvi all’ascolto dell’episodio di oggi, voglio raccontarvi di due appuntamenti da segnare in agenda. Il primo è il 21 maggio: una data speciale, perché da quel giorno queste storie escono dalle cuffie e arrivano in libreria.
Le storie che avete ascoltato in questo podcast – i vostri racconti, le vostre voci, ma anche la mia storia, che qui non avete mai ascoltato – hanno ispirato la nascita di un libro.
Si intitola “Nascere è un verbo plurale. Una grammatica imperfetta per gravidanza, parto e genitorialità”, edito da San Paolo.
È un libro che nasce dalle domande. Dalla prima, quella in cui ci si chiede se diventare genitori o meno, ma anche del come si diventa genitori, una volta dentro. Si parla di quando l’attesa si allunga e un figlio non arriva. Di quando l’attesa arriva, ma non è affatto “dolce”. Di quando il parto assomiglia poco all’immaginario e molto alla realtà.

È un libro che parla di allattamenti, di un mondo che, spesso, non è a misura di bambino. Parla di padri, che non sono “mammi”. Parla di rientro al lavoro, di stanchezza, di sonno che manca. Parla di fratelli che arrivano, oppure no. Parla anche di quando le cose non vanno come dovrebbero.
A differenza delle risposte facili o dei consigli non richiesti (per quelli ci sono ChatGPT o i parenti) questo libro prova a stare dentro le domande.
È un invito a rallentare, a fare spazio, a non sentirsi sbagliati. E a scoprire che, anche senza manuale, si può trovare una strada. La propria.
Vi aspetto quindi dal 21 maggio, in libreria.
Il Festival di Nidi Fioriti a Milano
Il secondo appuntamento da segnare in agenda, invece, è un’occasione per incontrarci dal vivo. Il 23 e il 24 maggio torna a Milano il Festival di Nidi Fioriti, un evento dedicato all’infanzia e alla genitorialità.
Vi aspetto per vivere due giorni di attività gratuite per famiglie con bambini e bambine tra gli 0 e i 6 anni, ma ovviamente i fratelli e le sorelle maggiori sono i benvenuti!
Il programma è ricco di laboratori creativi, conferenze, spettacoli di magia, giochi, e sì, ci saranno anche due registrazioni live di Grembo, dove racconteremo due storie straordinarie.
È tutto gratuito ma i posti sono limitati, quindi affrettatevi a prenotare il vostro posto su Eventbrite. Vi aspetto a Milano, in zona Lambrate, al Giardino Ventura, il 23 e il 24 maggio.
Introduzione
Un giorno, una mia amica, Giulia, mi ha detto: ma come, non conosci La Tata Maschio?
Sono sincera: quando ho sentito questo nome sono rimasta un po’ stranita da queste due parole, perché quando si parla di “tate”, generalmente si pensa al genere femminile.
Soliti stereotipi di cui tutti siamo impregnati; nessuno ne è esente. Ma per questo, «dobbiamo essere un po’ indulgenti con noi stessi», dice Lorenzo Naia.
Siamo partiti proprio da qui nel nostro incontro, in un’ intervista che avrei voluto far proseguire per molte ore e che mi ha portata a pensare che avremmo bisogno di molti più Lorenzo in questo mondo! Innanzitutto per il piacere di ascoltarlo: seguirlo nelle sue riflessioni, gentili e allo stesso tempo decise e chiare, che permettono di affrontare argomenti delicati e a volte tabù.
Lorenzo è un “papà mancato”. Avrebbe tanto desiderato diventare padre, ma nella sua vita non si sono realizzate le condizioni per diventarlo.
Lavorando poi a stretto contatto con il mondo dell’infanzia, non sono mancate le domande indiscrete come “ma di bambini tuoi non ne vuoi?”. Sono domande che, l’abbiamo ribadito spesso qui, non vanno poste in questi termini, anzi forse non andrebbero nemmeno poste. Non significa che non si possa affrontare l’argomento e, infatti, in questo episodio ho provato a entrare nella sua storia, cercando di farlo in punta di piedi e, allo stesso tempo, cercando di amplificare questi temi per i quali credo che non ci sia abbastanza spazio.
Con Lorenzo abbiamo parlato di educazione al maschile, di nascita intesa come “venire per il mondo” invece di “venire al mondo”, nel senso che il mondo deve essere pronto a far brillare una piccola vita.
Abbiamo parlato del fatto che la capacità biologica di riprodursi non coincide automaticamente con il diventare genitori.
Perché anche io credo fermamente che la definizione di genitorialità abbia dei confini molto più ampi rispetto a quelli che consideriamo più tradizionali. E Lorenzo ne ha dato una sua definizione che è esattamente il senso di Grembo, racconti di pancia.

Intervista a Lorenzo Naia (la tata maschio)
[Anna] – Ciao Lorenzo, benvenuto! Benvenuto a casa mia, sul mio divano, perché oggi inauguriamo questa “nuova location”.
[Anna] – Sono felice di averti qui nel podcast di “Grembo” e per iniziare ti chiedo di: presentarti, dirmi chi sei, quanti anni hai, dove vivi, di cosa ti occupi e da chi è composta la tua famiglia.
[Lorenzo] – Allora, ciao Anna! [ride, NdR] Dopo tanto chiacchierare lontani dai microfoni, ti ringrazio per questo invito. Anche noi maschi abbiamo il “grembo”, incredibile!
[Anna] – Certo!
[Lorenzo] – Magari non con gli stessi significati simbolici con cui nei secoli si è caricato (quello femminile), però sono contento di rimpolpare un po’ le fila dei maschi ospiti di Grembo, quindi ti ringrazio.
[Lorenzo] – Io mi chiamo Lorenzo Naia, ho 41 anni, nella vita faccio l’autore per l’infanzia. E, dunque, se escludiamo dalla tua domanda gli elettrodomestici, come immagino – perché io ho un noto aspiratore che inizia con la D (che non diremo), che mi dispiace declassare a…
[Anna] – Ad aspiratore! [ridono, NdR]
[Lorenzo] – Esatto, a “elettrodomestico”. Quindi io lo considero “un coinquilino”!
[Anna] – Ok (ridendo, NdR)
[Lorenzo] – Ma se invece tu fossi una statistica e mi avessi fatto questa domanda, ti avrei risposto che la mia famiglia nucleare sono io. Non ho bambini, non ho un compagno e quindi vivo da solo.
Se invece consideriamo per famiglia,la famiglia d’elezione, la famiglia che ci scegliamo, beh, là a questo punto la cerchia è molto più ampia, per fortuna.
[Lorenzo] – Già solo la mia famiglia di provenienza è sparpagliata, noi viviamo tutti in città diverse e poi ci sono un sacco di relazioni, alcune storiche, alcune più recenti che sono sicuramente parte di quella che io considero “famiglia” e di quelle che considero persone “care”.
[Anna] – Grazie! E la città dove vivi?
[Lorenzo] – Vivo a Torino!
[Anna] – A Torino.
Perché “la tata maschio”
[Anna] – Io ti ho conosciuto, Lorenzo, tramite un passaparola di un’amica in comune – Giulia, che saluto – che mi ha detto una volta:
“Ma non conosci la tata maschio?”
[Lorenzo ride, NdR]
[Anna] – E, devo essere onesta, quando ho sentito questo nome sono rimasta un po’ così, perché le due parole “tata” e “maschio” associate insieme non siamo propriamente abituati a sentirle.
[Anna] – Quando si parla di tate, questa direi che è una delle poche situazioni in cui si usa il femminile sovraesteso, perché effettivamente è raro vedere “tate uomini”. E il mio stupore poi è il frutto di una serie di stereotipi che sono ben radicati in me e che, nonostante io e molti di noi cerchiamo di decostruire questi stereotipi ogni giorno, non è facile trovare oggi una tata maschio.
[Anna] – Quindi partiamo proprio da qui: perché la tata maschio?
[Lorenzo] – Allora, Tata Maschio è il nickname che in effetti ho scelto per comunicare online. Risale ormai a un po’ di anni fa, perché ho aperto il blog nel 2013-14.
La domanda più frequente in effetti quando parlo di questo nickname è “Ma perché non tato?”
[Lorenzo] – Nel senso che, appunto, io ho una formazione psicologica, ho lavorato con le famiglie in ambito educativo, prima di lavorare sui contenuti per famiglie ed effettivamente, guardandomi attorno, sebbene fossero già gli anni 2000, avevo voglia di parlare di educazione al maschile.
[Lorenzo] – Non era come i “Mommy Blog”, che già erano abbastanza diffusi anche in Italia e iniziavano ad arrivare anche i blog dei papà. C’erano i blog delle maestre, ma la voce maschile nell’ambito educativo, nell’ambito di accudimento, infanzia, eccetera, non esisteva o perlomeno era davvero rara e mi dispiaceva che mancasse un dialogo un pochino più complesso, più articolato e più vario.
[Lorenzo] – Mi piaceva anche porre l’attenzione proprio…Io dico sempre che il nome che ho scelto è un piccolo manifesto, proprio perché “si inciampa” in questo nome. E, ogni volta che mi viene fatta la domanda, per me è anche l’occasione per fermarmi e osservare un po’ dove siamo collocati oggi rispetto a quando io ho scelto questo nickname.
[Lorenzo] – Devo dire che tante cose effettivamente sono cambiate, il dialogo sì, adesso è molto più variegato, più movimentato. Lo riscontro però soprattutto nei grandi centri.
Il pensiero di un maschio, un ragazzo, che si occupa di infanzia, che si prende cura, ad esempio, negli orari extrascolastici di bambini e ancora di più di bambine è ancora un tema molto delicato.
Fare il tato all’università
[Lorenzo] – A me all’epoca divertiva molto. Io ero studente universitario, portavo questi due bimbi che seguivo al mattino a scuola, me li andavo a riprendere al pomeriggio. Sono anni che ricordo davvero con una gioia immensa: biciclettate, parco, merende, ci siamo divertiti un sacco. E sicuramente avevo gli occhi puntati addosso, venivo percepito come strano in primis dalle maestre, dalle mamme che c’erano al parco. Ero un po’, così, un animale esotico.
[Anna] – E dai bambini invece? I tuoi bimbi, insomma, quelli che curavi tu?
[Lorenzo] – I bimbi, allora, diciamo che c’è stato sicuramente un tempo di adattamento, ma non dovuto al fatto che io fossi maschio, più dovuto al fatto che loro si erano appena trasferiti. Quindi avevano bisogno di conoscere un contesto, conoscere me, iniziare un nuovo percorso scolastico. Oltretutto sono bambini, oggi uomini, figli di un matrimonio misto, proprio a livello di tratti somatici, quindi anche il fatto del come presentarsi, come portare alla propria identità sicuramente ha richiesto loro più passaggi.
[Lorenzo] – Hanno avuto bisogno di una fase di assestamento, ma a livello invece relazionale ci siamo trovati subito benissimo. Ricordo che, un giorno, il più piccolino, a distanza di un sacco di tempo, aveva tirato fuori aneddoti su quel primo giorno in cui ci siamo incontrati. Si ricordava addirittura come ero vestito all’epoca, cioè in quel giorno in cui ci siamo conosciuti.
[Anna] – Sì, sì [sorride, NdR]
[Lorenzo] – E mi aveva colpito, insomma, mi son detto, “guarda come rimangono impressi, no, certi eventi”.
Ma ti dirò che anche le persone che ad un primo impatto erano un po’ scettiche o anche solo incuriosite, con la conoscenza personale si sono trovate a smussare tantissimo questi pregiudizi.
[Lorenzo] – Quando ho conosciuto le insegnanti e c’era poi un rapporto, diciamo, quotidiano, loro avevano davanti Lorenzo che si occupa dei bimbi. Stessa cosa al parco, un po’ per volta avevo fatto amicizia con nonne, mamme.
[Anna] – Classico parchetto!
[Lorenzo] – Il classico parchetto! Quindi sicuramente sono convinto che poi nel rapporto uno a uno, nella conoscenza umana, tante cose si smorzino. E, d’altra parte, di stereotipi siamo impregnati tutti! Io per primo che, appunto, magari ho cercato di decostruirli sulla mia persona, mi rendo conto che nessuno di noi è esente da questo.
Bisogna, secondo me, essere un po’ indulgenti e conoscere, conoscere, avvicinarsi, avere questo contatto umano che permette di vedere oltre quello che ci precede.
[Anna] – Certo!
“Una paternità mancata”
[Anna] – In questo podcast, come sai, raccontiamo storie di pancia e che sono, perlopiù, storie di nascita. Quando ti ho incontrato, una delle prime cose che mi hai detto riguardava il tuo desiderio di paternità che non si è realizzato. Tu stesso l’hai definita «una paternità mancata», ti va di raccontarmi meglio?
[Lorenzo] – Sì, allora, intanto dico che anche a me, comunque, avevano detto «devi assolutamente conoscere Anna perché vi farete delle chiacchierate…» e così è stato!
[Ridono, NdR]
[Lorenzo] – Tant’è che, appunto, ci siamo trovati subito a parlare anche di cose grandi come quella della paternità mancata, che è un altro grande vuoto, secondo me, nel dibattito pubblico. Siamo riusciti – ancora con mille storture e freni e pregiudizi – a parlare di maternità mancata, maternità non voluta, di maternità, come fai in Grembo, a tutto tondo, non solo con le parti edulcorate, belle, che sicuramente ci sono, ma anche con tutto quello che può derivare dal diventare genitore.
[Lorenzo] – Nel dibattito pubblico abbiamo iniziato a parlare di più di paternità.
La “paternità mancata” è come se non avessimo ancora le parole per discuterne proprio.
[Lorenzo] – Io credo che tutti i grandi eventi della vita ci riguardino, sì, in prima persona, ma ovviamente hanno anche una ricaduta collettiva. Quindi se manca la componente collettiva nell’elaborazione delle cose grandi che ci capitano, è come se davvero non sapessimo che linguaggio utilizzare. Come se i rituali collettivi ci dessero le parole, i codici che poi noi portiamo nella nostra esperienza personale.
[Anna] – Sì, sì!
[Lorenzo] – A volte si parla di desiderio di genitorialità, di progetto, di costruire una propria famiglia, e un po’ ingenuamente forse, o superficialmente più che altro, si tende a paragonare tutto questo a un desiderio.
I nostri desideri non hanno tutti lo stesso peso specifico.
[Lorenzo] – E ogni tanto anche un po’, diciamo, le rimostranze che vengono fatte verso chi desidera avere una famiglia o non desidera avere una famiglia sono di, sostanzialmente, equiparare questi desideri, no? Come se si stesse scegliendo un’auto nuova o dove andare ad abitare.
[Lorenzo] – Invece ci sono dei desideri che travalicano, secondo me, l’individuo. Perché tutto ciò che ha a che fare con la nostra parte più profonda è vero che caratterizza la nostra esperienza, ma appunto ha una dimensione anche collettiva. L’arrivo di una nuova vita lo è sicuramente, ma così come la dipartita di una vita, quindi anche il lutto lo è.
Io credo che realizzare di aver desiderato la paternità e non averla avuta nella mia vita sia da considerarsi a tutti gli effetti un lutto, ma che appunto ha questa difficoltà del non poterlo in qualche modo socializzare.
[Lorenzo] – Un po’ nel racconto collettivo i papà oggi sono questi papà stupendi, supereroi, dolcissimi o, altrimenti, non viene preso in considerazione anche il tema della paternità che non c’è.
[Lorenzo] – Mentre per una donna è una forzatura in senso contrario, quindi: o sei naturalmente portata a realizzarti come madre o viceversa, se non lo sei diventata, ti si approccia con mestizia, no? “Guarda, poverina, forse lo voleva tanto, non è riuscita”. Anche, non solo la donna, anche nelle coppie.
Non vorresti bambini tuoi?
[Lorenzo] – Quando si guarda a un uomo adulto tendenzialmente non ci si pone neanche questo problema. Nel mio caso, diciamo, purtroppo c’è stato il porsi da parte degli altri questo tema, perché ovviamente io, lavorando con l’infanzia – prima nei servizi per l’infanzia e poi con i contenuti – diciamo, sono terreni molto attigui, no?
Quindi capitava spesso la domanda: “Ma di bambini tuoi invece non ne vorresti?”
[Anna] – Certo.
[Lorenzo] – E non si pensa che può essere una domanda indelicata, tanto quanto lo può essere magari per una donna o per un’altra persona.
[Anna] – Assolutamente! Infatti, riflettevo proprio su questo, cioè sulle “due velocità” che hanno queste domande, perché sulle donne questa domanda si capisce che è inopportuna e si tende a – mi auguro, perlomeno in questo podcast ne abbiamo parlato spesso, cioè chiedere “Ma allora quando lo fate un figlio?” è una domanda violenta, l’abbiam detto a più riprese.
[Anna] – Al contrario, forse si ha ancora troppa leggerezza nel chiedere questa cosa a un uomo. E quindi per questo ero curiosa di chiederti se tu questa pressione l’hai vissuta sulla tua pelle, da parte di altri che magari ti conoscevano poco o che te l’han fatta con leggerezza, e come tu poi sentivi questa domanda su di te, cioè come la percepivi?
[Lorenzo] – Guarda, siamo ovviamente nel terreno dei vissuti personali in cui sicuramente quello che dico io potrebbe essere totalmente diverso da quello di un altro uomo che non è diventato papà. Nel mio caso, però, ti porto diverse fasi.
Scegliere o meno la paternità in tre fasi
Io ho avuto la sensazione di voler diventare papà, quindi il “desiderio”, chiamiamolo così, di paternità da giovanissimo.
[Lorenzo] – Tant’è che, appunto, ho scelto poi di lavorare anche con l’infanzia eccetera e ricordo proprio che avevo uno scambio con un mio carissimo amico e ci dicevamo, ci siamo ritrovati a parlare di questo tema…tra l’altro, appunto ennesima decostruzione di una certa mascolinità.
[Anna] – Esatto.
[Lorenzo] – Di un maschile che rifugia un po’…
[Anna] – Della serie “no, no, non tocco quei temi”, non è vero!
[Lorenzo] – Esatto, e invece ci siamo proprio trovati a dirci: “Ma sai che ogni tanto sento questa cosa?” Sento di essere pronto a dedicare la mia mente, il mio corpo, il mio tempo a far stare bene un’altra persona, una persona che ha bisogno, no? Una persona in formazione. È proprio una cosa che travalicava me stesso.
[Lorenzo] – Questa fase è passata e io poi ho avuto una relazione molto lunga, molto importante, tra l’altro con una donna, quindi anche dal punto di vista biologico ci sarebbe stata la possibilità di concepire un figlio, ma non era nei nostri piani. Le cose effettivamente cambiano.
Io credo che ci sia bisogno anche di un contesto per accogliere una nuova vita
[Anna] – Certo!
[Lorenzo] – Ehm, e in quel caso era incredibile, a proposito di velocità diverse, no? Quindi come uomo giovane single non ti poni assolutamente il problema, non è nei radar delle domande da fare.
[Anna] – Sì sì, “non è il momento”.
[Lorenzo] – Per un uomo in età invece proprio diciamo genitoriale, quindi un uomo adulto giovane, in coppia, sicuramente quando fa i figli – non tanto quando “fa” i figli, quando li “fate” – [riceve] una domanda che era più, magari, per l’altra persona. In generale era quella pressione che dicevi tu.
[Lorenzo] – Sebbene, devo dire, sicuramente almeno nella nostra cerchia le domande indesiderate fossero veramente poche. Tendenzialmente sapevano che non eravamo sposati per scelta, che in quel momento non avevamo in programma di diventare genitori. Quando poi c’è stata ancora una fase, io mi sono separato e sono tornato a essere single. Non è assolutamente una cosa…
Non si pensa che possa essere anche motivo di sofferenza il fatto che una persona desiderasse molto la paternità e non l’abbia avuta.
[Lorenzo] – Anche perché, appunto, sai, la critica è: “Beh, ma quando potevi diventare genitore non l’hai fatto, no? Quindi alla fine ti sei scelto un po’ tu questa…”
[Anna] – Che equivale, secondo me, a “hai voluto la bicicletta pedala” che è un’altra di quelle cose che fanno drizzare i peli.
[Lorenzo] – Sì, io capisco che, come dire, superficialmente viene da pensarlo, me ne rendo conto.
Venire per il mondo
[Lorenzo] – Mi torna anche in mente una cosa che avevo scritto un po’ di tempo fa e che diceva «che buffa l’espressione “venire al mondo”», no? Perché ci giocavo un po’ e pensavo, chissà se, provando a cambiare preposizione…come aggiustiamo questa espressione? Venire nel mondo, venire sul mondo.
E mi dicevo, pensa che bello “venire per il mondo” e penso che sia così.
[Lorenzo] – Io penso che una nuova vita venga per il mondo e quindi questo mondo deve essere pronto a far brillare questa vita. Non siamo intercambiabili, una costellazione familiare non equivale ad un’altra. Non possiamo pensare semplicemente… io rifiuto il pensiero che la capacità biologica di riprodursi coincida con il diventare genitori.
[Lorenzo] – So che in Grembo tu stai esplorando questo tema veramente in ogni sua sfaccettatura e sono convinto fermamente che debba diventare un punto fermo per chi si occupa di famiglie e per la società tutta. Siamo a un punto di complessità, stratificazione, sovrastrutturazione tale per cui la genitorialità e il venire per il mondo ha tantissimi significati, a tantissimi livelli. Non possiamo semplicemente relegarla alla capacità di riprodursi, anche perché se anche la relegassimo a quello vengono fuori tutta una serie di altre contraddizioni del nostro tempo, no?
Quindi ci si chiede davvero qual è la cosa che noi vogliamo tutelare: se ciò che noi vogliamo tutelare è la vita che viene, allora dobbiamo secondo me essere davvero attenti alle sfumature.
[Anna] – Cavoli, sei stato chiarissimo nell’esprimere questo concetto che è molto complesso e vai a toccare tutta una serie di temi che secondo me meriterebbero un approfondimento puntuale.
Adozione per single o coppie omoaffettive
[Anna] – Però, a proposito del mondo che deve essere pronto ad accogliere, vorrei toccare un altro tema delicato che è quello dell’adozione, perché oggi nel nostro paese, in Italia l’adozione per coppie omosessuali non è permessa.
[Anna] – E mentre per le donne è un po’ più semplice per certi versi – io ho avuto l’occasione di incontrare qui delle mamme, come Martina Tescari (episodio 19) che ha avuto accesso al metodo ROPA, per la ricezione degli ovociti dalla partner.
Per le coppie composte da uomini il percorso è un po’ più in salita.
[Anna] – Al di là della mancanza di leggi specifiche su questo tema, il dibattito sociale e l’opinione pubblica è spaccata, cioè è sempre divisa. Quindi volevo chiederti come vivi sulla tua pelle questo tema e come pensi che potrà evolvere nel nostro paese e, poi, quanto pesa il fatto che la tua paternità mancata non sia stata solo una scelta personale, ma forse anche proprio una barriera strutturale?
[Lorenzo] – Ma ci sono due aspetti che secondo me sono rilevanti. Il primo è il fatto che, questo davvero ogni volta mi lascia un po’ sgomento, abbiamo ormai alle spalle sufficienti anni e sufficienti situazioni familiari che ci possono consentire di prendere in considerazione, appunto, non su questo livello superficiale a cui accennavamo prima, ma davvero nel profondo alcune tematiche.
[Lorenzo] – Quindi le famose sfumature le abbiamo e queste persone, ad esempio i figli che sono stati adottati da genitori single o da coppie omoaffettive, spesso nel processo decisionale non vengono assolutamente interpellate, ma neanche contemplate.
Le ricerche scientifiche ci parlano assolutamente di situazioni auspicabili, cioè è proprio sperabile che si estenda la possibilità di adottare a tante situazioni familiari diverse, perché sappiamo che ciò di cui un bambino o una bambina hanno bisogno è soprattutto di sentirsi amati incondizionatamente.
[Lorenzo] – E questa funzione emotiva te la può dare, intanto, te la può dare solo un essere umano e non purtroppo un istituto, sebbene io per primo abbia in mente degli esempi di case famiglie, centri per l’infanzia in cui questa relazione viene totalmente coltivata, ma suddivisa ovviamente tra…
[Anna] – Tra numeriche…
[Lorenzo] – Tra numeriche, certo, tra una certa medicalizzazione, no, di questa esperienza.
Però, appunto, sono persone che…nonostante le ricerche ci dicano che l’importante è sentirsi amati e che ciascuno di noi, poi, nella propria esperienza sceglie cosa “prendersi” nelle relazioni, appoggiandosi a persone diverse, questa parte viene tagliata fuori.
[Lorenzo] – L’altra parte che viene tagliata fuori è il fatto che quando siamo chiamati a dibattere su un tema ci dimentichiamo che delle situazioni familiari, delle persone, delle vite già esistono, ed esistono al di là della nostra volontà.
Esistono quindi figli che in questo momento sono stati adottati da coppie omoaffettive. Esistono figli che stanno crescendo con genitori single, alcuni, appunto, per un percorso che li ha portati a questo, altri perché sono situazioni che esistono da quando esiste la vita.
[Lorenzo] – Il fatto di crescere solo con la mamma o di crescere in una famiglia solo di donne, magari mamma e nonna, il fatto di aver subito magari un lutto importante, quindi trovarsi a crescere solo con uno dei due genitori…
[Anna] – È già realtà!
[Lorenzo] – È già realtà, ma è realtà da sempre, no? Solo che ovviamente ci fa comodo prenderne gli spicchi che vogliamo, e lasciare fuori quello che invece non conferma la nostra tesi. Allora, secondo me, il punto importante non è tanto chiederci: “Io sono d’accordo o non sono d’accordo?”, posto che non avrebbe comunque senso, secondo me, poggiare sull’opinione perché, ripeto, ciò che abbiamo sono delle prove ormai scientifiche.
[Lorenzo] – Le scienze in questo momento, come dire, sono le conclusioni più condivise su cui possiamo dibattere. Non abbiamo altri strumenti che possano avere la stessa solidità. Ma appunto, oltre a questo…
Quello che siamo chiamati, secondo me, a esprimere è un consenso al fatto che gli altri possano scegliere.
[Lorenzo] – Non è tanto “sono d’accordo o non sono d’accordo con l’adozione”, ma “sono d’accordo o non sono d’accordo col fatto che gli altri esseri umani possano esistere, possano esistere in pienezza e possano scegliere”, così come se io cittadino un domani mi trovassi a voler scegliere su un altro tema sensibile, possa farlo!
[Lorenzo] – Quindi, appunto, spesso si confondono i due piani, quello dell’opinione e quello della possibilità e del diritto, del diritto fondamentale.
Lavorare con la luce dell’infanzia
[Anna] – Lorenzo, tu sei un autore che si dedica all’infanzia, una fase di vita che tutti noi abbiamo vissuto, ma spesso ce lo dimentichiamo. Una fase in cui, insomma, un tema che mi hai raccontato tu, a volte, porta dei pregiudizi. Però volevo chiederti proprio tornando all’essenziale: cosa ti piace di più del lavorare per i bambini o anche con i bambini?
[Lorenzo] – Allora, a me diverte la mente di un bambino. Appunto io ho una formazione psicologica, ho studiato psicologia all’epoca pensando di voler fare lo psicoterapeuta infantile, perché mi piaceva proprio l’idea di abitare nella mente di un bambino.
A me diverte chiacchierare coi bambini, ma chiacchierare con sincero interesse, da persona a persona, al di là, appunto, del fatto che siamo in due posizioni anagrafiche e biografiche diverse.
[Lorenzo] – Questa cosa proprio mi piace, mi trasporta, mi interessa. Col tempo ho capito che non mi piaceva tanto appunto l’approccio psicoterapeutico, nel senso che non lo sentivo su di me. Ho valutato per un po’ anche l’idea di fare ricerca, proprio sempre per questo tema di esplorare la mente dei bambini.
[Lorenzo] – Poi ho iniziato appunto a lavorare come tata, come tata maschio, quindi ho lavorato appunto con un po’ di famiglia, ho lavorato in un centro educativo.
Ho scoperto che lo spazio della narrazione era uno spazio che mi consentiva di stare da adulto in uno spazio che è anche abitato dai bambini.
[Lorenzo] – Quindi poter respirare quella dimensione, ehm, e soprattutto tenere insieme quest’idea di uno spazio abitato dai bambini e di uno spazio dedicato a raccontarsi le storie, che è forse uno dei gesti più antichi e secondo me più rappresentativi dell’essere umano.
[Anna] – È uno spazio anche di grande libertà.
[Lorenzo] – Di grande libertà, di grande creatività. Infatti, appunto, a me il fatto di lavorare con l’infanzia dà proprio questa idea di un orizzonte per cui vale la pena, anche nei momenti in cui sono scoraggiato. Mi dico, lavorassi con forse altre “parti” della popolazione, sarei molto più affaticato.
[Lorenzo] – E invece sapere che comunque ne vale la pena, che comunque anche un’ora in cui hai cercato di fare una cosa costruttiva per il futuro, per l’infanzia…ma anche per il futuro, nel senso anche per l’infanzia di oggi, nel presente. Però con questa prospettiva che quell’ora lì comunque è stata migliore rispetto a un’ora buttata via.
[Lorenzo] – Questo mi dà proprio un po’ di respiro, mi dà un po’ di slancio nel dire sì. Anche quando appunto dici “no, ma caspita”, quando abbiamo i momenti in cui vorremmo proprio un po’, guardandoci intorno, insomma disperare.
Magari, appunto, in altri ambiti viene più facile disperare. Con i bambini, invece, c’è sempre una luce che rimane accesa.
[Anna] – Certo, certo! Che bello.
Un uomo che accudisce: stereotipi e culture
[Anna] – Sempre rimanendo sul tema educativo, diciamo, l’educazione al maschile in Italia è poco raccontata, ce lo siamo detti. Ci sono anche pochi esempi virtuosi, mi vien da dire. Mi viene in mente l’ultimo progetto di Francesca Cavallo dedicato ai “Maschi del futuro”. Eppure basta guardarsi un po’ intorno, basta andare in un qualsiasi negozio di giocattoli, e tu vedi ancora gli scaffali coi giochi blu e gli scaffali coi giochi rosa.
[Anna] – E anche le rappresentazioni sono ancora ben stereotipate, quindi la bambina accudisce, gioca alle bambole, mentre il bambino è energico, gioca a palla e ha una collezione di supereroi in cameretta. Secondo te fa più paura l’idea di un uomo che accudisce o quella di un uomo che mette in discussione il proprio ruolo tradizionale?
[Lorenzo] – Mah, mentre parlavi mi venivano in mente tutta una serie di aneddoti, no? Ma sicuramente tornando anche un po’ a quello che accennavi precedentemente, cioè il fatto che sia un problema di struttura, un problema di sistema, è una cosa che riscontriamo in tutto il mondo. Questo già dovrebbe farci riflettere.
[Lorenzo] – Poi sicuramente in alcune aree il dibattito pubblico, il welfare, le dinamiche proprio sociali, il background anche storico-culturale fa sì che ci siano un po’ degli spiragli differenti. Noi del bacino mediterraneo sicuramente ci portiamo dietro, insomma, veramente una confluenza di questi stereotipi, che è importante.
[Lorenzo] – Mi viene in mente che una decina di anni fa ho fatto un viaggio a Copenhagen, ho fatto un po’ di città del nord, Copenhagen, Stoccolma, e ricordo che c’erano molti, potremmo chiamarli, asili nido perché erano proprio primissima infanzia, a livello strada, un po’ come se fossero, diciamo, degli esercizi commerciali, degli spazi per esercizi commerciali.
Con le tende tutte aperte, quindi ben contenti che si guardasse all’interno cosa avveniva e con tantissimi maestri, che spesso caricavano anche questi bimbi sulle bici cargo e li portavano in giro!
[Lorenzo] – E, a volte, ti chiedevi se fossero genitori molto giovani con tanti figli…perché era un altro filone.
[Anna] – Sì, certo. [Ridono, NdR]
[Lorenzo] – A volte all’università magari hanno già figli! O se fossero insegnanti. Insomma, la presenza maschile si sentiva molto di più. Vedevi anche, non so, due papà a spasso, ciascuno col proprio passeggino, magari due amici, no? Situazioni che, poi, negli ultimi anni c’è stata un’accelerazione anche da noi…
[Anna] – Sì, sì, però non siamo ancora abituati!
[Lorenzo] – Però non siamo abituati e ogni anno in cui vai indietro nella memoria l’impatto, che aveva su di noi queste cose, era maggiore. Sì, credo che facciano paura un po’ entrambe le cose che dici tu. Intanto perché, come accennavo all’inizio, siamo tutti impregnati di stereotipi.
Stereotipi di genere nei giocattoli (e non solo)
[Lorenzo] – A proposito di aneddoti, me ne viene in mente un altro, se te lo posso raccontare…
[Anna] – Certo!
[Lorenzo] – Ero andato, questo invece in tempi recenti, ad ascoltare un panel su appunto il rosa e l’azzurro, i giochi da maschi e i giochi da femmina, ed era tenuto da delle professioniste che si occupano di questo da tempo.
[Lorenzo] – A un certo punto la psicoterapeuta che era un po’ la moderatrice dell’incontro… è vero che erano temi come dire che io ho già ascoltato tante volte, però appunto mi fa sempre piacere ascoltarli, mi fa piacere ascoltarli da un altro punto di vista e, a un certo punto, la psicoterapeuta stava raccontando del suo bimbo di 4 anni che ama giocare a fare il parrucchiere.
E quindi diceva: «Ma guarda, abbiamo cercato dei kit un po’ carini per farlo giocare liberamente a fare il parrucchiere. Se ti piace farlo, giocaci!», e a un certo punto le è proprio scappato: «Ma ce ne fosse uno non rosa coi brillantini», no?
[Anna ride, NdR]
[Lorenzo] – Che in effetti è vero, capisco che ci serva anche quel passaggio.
[Anna] – Ha avuto un corto circuito anche lei!
[Lorenzo] – Sì, ha avuto un corto circuito, cioè il senso è proprio che se anche ha i brillantini…
[Anna] – E va bene lo stesso!
[Lorenzo] – Siamo noi che gli stiamo attribuendo, no, quel valore! Per cui, anche lì…
[Anna] – Sì, sì, fa capire quanto è radicata la cosa!
[Lorenzo] – Esattamente! Infatti da lì ho iniziato a osservarmi molto di più e proprio a non sentirmi “immune” da queste cose, anzi! Più scavi, più proprio ti accorgi che è una cosa che noi ereditiamo.
Per questo parliamo di problemi sistemici, perché riguardano indistintamente tutte le fasce della popolazione, tutte le estrazioni culturali, qualcosa che viene prima di noi e che purtroppo proseguirà dopo di noi.
[Lorenzo] – Ecco perché dobbiamo porci il problema di fare in modo che questo nostro passaggio in mezzo possa portare a un cambiamento, no? Quindi penso che, appunto, intanto ci debba essere una presa di consapevolezza e ci debba essere una autoeducazione che dobbiamo fare in primis noi adulti e noi maschi.
E qui arrivo, secondo me, a quello che è il problema principale e cioè il maschio.
[Lorenzo] – Non abbiamo sicuramente utilizzato i millenni fin qui per uscirne “benissimo” noi maschi, no? Quindi è responsabilità nostra il fatto di non suscitare particolare, così, confidenza con questo tema e particolare anche sicurezza nell’affidarci i figli.
Fare cultura e creare fiducia nella funzione educativa
[Lorenzo] – Anche qui devo dire che nella mia esperienza in ambito educativo, non so, c’era alla fine talmente una relazione di alleanza coi genitori che probabilmente non mi percepivano neanche più come maschio o femmina. Ci si conosceva e a loro interessava a chi lasciavano i figli.
[Anna] – Non ha più importanza a quel punto il genere.
[Lorenzo] – Non ha più importanza. Come dire, non è indifferente perché fa parte di noi e sicuramente per me. Ad esempio, alla prima esperienza come tata, essere maschio con due maschietti sicuramente ha avuto delle dinamiche che sarebbero state diverse che non con una bambina.
Però, ecco, dal punto di vista della funzione che mi chiedevano i genitori si sentivano di potersi fidare.
[Lorenzo] – Ma ho in mente anche, appunto, nonostante la mia esperienza sia sostanzialmente positiva, sia le prime che quelle successive, anche quando poi ho lavorato in questo centro educativo in cui mi sono trovato anche ad avere magari delle responsabilità maggiori…c’erano però delle situazioni che tipicamente mi portavano a osservare di nuovo questa cosa.
[Lorenzo] – Ad esempio, se si faceva il corso in piscina.
Allora un uomo che si trova, ad esempio, a cambiare o lavare una bambina è problematico. E lo è.
[Lorenzo] – Cioè io mi rendo conto che sia un problema e che sia io a dover fare in modo che quella famiglia si possa fidare di me. Certo che è bruttissimo essere preceduto da questo stereotipo. Io già vengo visto con sospetto, non avendo fatto nulla, no?
[Lorenzo] – Quindi io sto facendo il mio lavoro, devo portare, devo accompagnare un gruppo di bambini e bambine in piscina e già sento su di me dei sospetti. Mi trovo a dovermi giustificare di questa cosa, però, come dire, se ci siamo arrivati è perché ci sono i motivi, non sono ingiustificati.
[Anna] – Certo.
[Lorenzo] – E quindi, ripeto, secondo me ci vuole una fase di “indulgenza” in cui chi ha un ruolo in questo deve occuparsene, deve occuparsi anche di fare cultura e quindi di poter dare prova che gli altri si possano fidare di te. Perché poi, davvero, se c’è questo passaggio, le persone certo che si fidano, sono pronte ad andare oltre.
Perché il bene ultimo è il benessere dei figli e delle figlie, no?
[Lorenzo] – Però abbiamo bisogno ancora di…
[Anna] – Di scavallare questa montagna, ed è un peso effettivamente, è un carico, però…come dici tu, bisogna andare oltre e poi sono sicura che le cose cambieranno. Poi vabbè, io sono un ottimista nella vita.
[Lorenzo] – Lo sono anch’io! E, guarda, aggiungo che a ulteriore prova di come sia appunto un discorso sistemico è che spesso ti devi… questo passaggio, no, questo avvicinamento devi farlo anche addirittura con le donne.
Cioè a volte mi dicevo: “Caspita, io qui sono la minoranza, no?”.
[Lorenzo] – In ambito educativo e anche adesso nell’ambito della scrittura, editoria, sono di più le donne, di nuovo per tutta una serie di cose che ci portiamo dietro.
[Anna] – Certo, sì.
[Lorenzo] – E dicevo alle colleghe: “Ma, caspita, proprio voi che vivete la discriminazione quotidianamente” e qui invece stiamo sperimentando paradossalmente una situazione “al contrario”, quindi sono io la “minoranza”; forsec’è un livello in cui…
[Anna] – Ci incontriamo!
[Lorenzo] – Ci possiamo incontrare in queste cose. Però poiché nessuno di noi è esente da questa cosa, appunto, abbiamo bisogno di autoeducarci e di educarci anche reciprocamente, perché se poi io arrivo a dire queste cose non è per un merito, ma perché qualcuno prima le ha dette a me e quindi dobbiamo fare questo tam-tam l’uno con l’altro.
Non è questione di merito, di bravura, è proprio questione di darsi la possibilità di non lasciar fuori questi temi, sebbene siano scomodi, sebbene vadano proprio a toccare dei nervi scoperti, sono da attraversare. Non c’è altra strada.
[Anna] – Sì, sì, assolutamente.
Editoria e marketing: narrazioni family friendly
[Anna] – Nel tuo lavoro oggi con le aziende mi raccontavi che spesso ti ritrovi a dover intervenire nella narrazione del brand per creare un’immagine un po’ più family friendly. Hai notato da parte delle aziende un “movimento”, diciamo, virtuoso, rispetto magari ad altre narrazioni in altri ambiti?
[Lorenzo] – Allora, da ottimista come te, sì e credo che, anzi, sia l’editoria sia in generale il marketing dovrebbero guardare molto di più a quello che sta facendo tutto il settore kids friendly, family friendly e così via. Io, appunto, mi occupo di contenuti per bambini e famiglie con l’editoria, ma anche con le aziende e, tendenzialmente, il mio ruolo è proprio quello di aiutare l’azienda nel dialogo con un pubblico di famiglia, quindi essere percepito come un brand vicino alle famiglie, family friendly e così via.
Ti dirò che c’è una grandissima attenzione nel chiedersi chi sia l’interlocutore, consapevoli che è un interlocutore con delle caratteristiche potenzialmente delicate e che quindi merita la domanda in più, il passaggio in più.
[Lorenzo] – In tutto questo non sono ingenuo, so che la leva spesso è appunto il marketing stesso, ma per me questo non è un fattore negativo, cioè il fatto che possiamo utilizzare il marketing per far leva su alcune questioni che sono urgenti, secondo me, è vero che tanti temi vengono portati dentro al marketing per, passami il termine, “uscirne bene”, no? Quindi “sì sono un brand che è inclusivo”…
[Anna] – Un kids washing!
[Lorenzo] – Eh sì, un po’ questa cosa, ma anche sulla parità eccetera eccetera, sugli stereotipi e così via. Però è comunque un introdurre in una dimensione oltretutto molto quotidiana, molto diffusa, alcune tematiche che iniziano comunque a entrarci sotto pelle e a “lavorare”.
[Lorenzo] – E poi, se devo dirti la mia, non credo che questa sia solo una leva di marketing, cioè nelle aziende ci sono persone che lavorano bene, ci sono professioniste e professionisti che ci tengono al proprio lavoro. E sempre di più, secondo me, sentiamo questa cosa in primis da consumatori, questa richiesta che noi facciamo alle aziende…
Noi sappiamo che se tu azienda maneggi comunque un budget e magari un budget anche importante, tu hai una responsabilità anche etica nel modo in cui tu sceglierai di utilizzare questo budget.
[Lorenzo] – Quindi le aziende sanno che non basta essere un’azienda che vende, un’azienda di successo, ma che in questo momento sono anche un po’ osservate le aziende: come si muovono, con quali dinamiche. Per fortuna! Perché, appunto, è una consapevolezza che abbiamo maturato come collettività e qualcuno questa attenzione la sfrutta bene, la sfrutta perché ci crede e pensa sia giusto.
Così come a casa cercano di decostruire l’educazione stereotipata perché magari hanno, appunto, dei bimbi in casa, lo stesso provano a portare sul posto di lavoro.
[Lorenzo] – È davvero un processo di autoeducazione, ed è questa la cosa che, secondo me, ci dimostra come ogni ambito rinforza l’altro.
[Anna] – Certo!
[Lorenzo] – Per me lavorare magari con un’azienda mi mette a contatto con il fatto di dover narrare con delle necessità di un certo tipo di pubblico, di rendere comprensibili magari alcune dinamiche che, di fatto, a livello proprio concettuale sono molto complesse, perché appunto lo dicevamo prima, sono stratificate.
[Lorenzo] – Di contro, invece, il lavorare con l’editoria mi permette di maneggiare diversamente la parola, la narrazione e portarla alle aziende, ma essendo appunto un processo, quello dell’autoeducazione, che non finisce mai e che cose che abbiamo fatto magari due anni fa già ci sembrano oggi nuovamente problematiche, questo è uno sprone a continuare a interrogarsi sul proprio operato e, appunto, a fare in modo che quello che faccio siano dei vasi comunicanti, in cui ogni esperienza può andare ad arricchirne un’altra.
[Anna] – Certo, sì, mentre parlavi stavo proprio pensando a questo, che per esempio anche in altri settori come quello dell’energia, dove ci sono aziende che nella loro narrazione sottolineano il fatto che per esempio si affidano a fonti rinnovabili piuttosto che altre, questo permette ovviamente di sottolineare l’importanza di fare scelte consapevoli e quindi anche il loro pubblico ha maggiore consapevolezza.
Un gruppo di persone che si prende cura
[Anna] – Anche in questo ambito “più famiglie e bambini, eccetera” secondo me si potrebbe insistere ulteriormente, non per fare il kids washing che dicevamo, ma proprio perché c’è bisogno di creare una, diciamo, un’alleanza vera tra il consumatore e diciamo il brand che ti vende cose e a beneficiarne ne sono tutti, alla fine.
Ovviamente dobbiamo partire da una base di valori, perché non puoi fare un lavoro solo di facciata, per cui…
[Lorenzo] – Sì, guarda, questo discorso di credibilità e proprio anche di interrogarsi sul ruolo che abbiamo, sull’impatto che abbiamo, oltretutto è uno snodo, perché quando ne sperimentiamo le conseguenze positive, [queste] sono talmente forti che non possiamo non portarle anche nella nostra vita quotidiana, quindi anche in famiglia, dove poi ci si trova veramente con la dimensione più concreta degli stereotipi: chi fa che cosa, cioè queste cose poi sono molto più inserite nella nostra vita di quanto pensiamo.
[Lorenzo] – E a volte quando mi capita di essere a qualche fiera di settore, soprattutto magari saloni del libro, di editoria, c’è sempre un momento in cui mi fermo e provo ad osservare la scena. Perché tu di questa comunità di adulti, alcuni magari sono anche di grandi case editrici, magari sono proprio, non so, delle multinazionali o queste mega case editrici americane, quindi vedi, insomma, quello in giacca e cravatta, anche se devo dire per fortuna un ambiente molto informale…Però vedi comunque proprio anche il professionista canonico, serio, e si è tutti lì ad interrogarsi su come tutelare l’immaginario dei bambini, come custodirlo, no?
E c’è sempre un momento in cui cerco di osservare questa cosa, e dico: «Guarda che bello che ci sia un gruppo di persone che si prende cura di questa cosa»
[Lorenzo] – Penso sia questo, c’è un tema valoriale che è sentito e che, davvero, se ogni tanto anche gli ambiti che si occupano di cose più “canonicamente per adulti” provassero a osservare, provassero a replicare un po’ quella stessa attenzione per l’interlocutore, penso che avremmo una comunicazione molto più rispettosa ad ogni livello.
[Anna] – Rimettersi anche all’altezza dei bambini, che è un’altra cosa che noi che lavoriamo da adulti per i bambini facciamo fatica a rimetterci alla loro altezza, invece è un bell’esercizio.
Il concetto di generatività
[Anna] – Lorenzo, abbiamo parlato di paternità mancata e spesso, come dicevi tu all’inizio, cerchiamo di trovare delle parole per definire il lutto di ciò che si perde, un bambino mai nato, anche un lutto perinatale, ma facciamo più fatica a riconoscere il lutto per qualcosa che non c’è stato, una genitorialità in potenza e mai compiuta.
[Anna] – Per te oggi che forma ha questa paternità mancata? Il desiderio di paternità, anche se non si è realizzato, che traccia, che forma ha lasciato nella tua vita oggi?
[Lorenzo] – Mah, guarda, ogni tanto mi accorgo che mi dico «che strano che non ci sarà mai nessuno che mi chiamerà papà», no? Non sentire mai ad alta voce questa parola riferita a me. Però c’è uno dei concetti che mi sono più cari del mio percorso, soprattutto di formazione che poi ho portato avanti, ed è stata veramente come una finestra che si è spalancata.
Quando sono venuto a contatto con il concetto di generatività.
[Lorenzo] – Si riallaccia anche un po’ a quello che dicevo prima dell’aspetto di desideri che travalicano la nostra esistenza e che quindi hanno un peso specifico che non è paragonabile ad altri desideri. Il concetto di generatività riguarda tanto chi magari ha già avuto figli, quanto chi non li ha avuti e li vorrebbe, oppure chi non li ha avuti e ormai ha scelto di compiere, insomma, questo lutto, di elaborarlo, ma anche chi appunto non li ha mai desiderati, non li ha mai visti nella propria vita.
[Lorenzo] – Perché è un concetto che non sostituisce quello della genitorialità. Tante volte si dice: «No, ma tu stai dicendo questa cosa perché è un po’ una consolazione che ti dai». Invece, il concetto di generatività rimanda a quello scatto che come adulti a un certo punto della nostra vita sentiamo, nel sentire che la nostra presenza in questa vita smargina, che noi abbiamo bisogno di contemplare l’esistenza degli altri, di fare qualcosa che rimanga oltre la nostra vita, qualcosa che abbia un impatto positivo sull’ambiente circostante.
[Lorenzo] – Per qualcuno può essere magari uno slancio artistico, per qualcuno può essere il volontariato, per qualcuno può essere la genitorialità, per qualcun altro può essere la genitorialità e un’altra cosa ancora. Può assumere qualunque forma, può riguardare gli altri esseri umani, può riguardare invece qualcosa di immateriale.
[Lorenzo] – E io penso che davvero ognuno di noi a un certo punto della propria vita ha il desiderio di farsi tramite per qualcos’altro, qualcosa di più grande. Nel mio caso è sicuramente questo. La scrittura mi dà questa possibilità. Questo non vuol dire che appunto non ci sia l’altra ferita.
L’altra ferita c’è e bisognerà farci i conti. Però sicuramente accanto a questa c’è anche una forte energia creativa, che non c’entra invece con quel lutto. Io non lavoro con l’infanzia perché non sono diventato papà, lavoro con l’infanzia perché mi piace.
[Lorenzo] – E sento proprio che io non sono solamente quella cosa là, che dentro di me c’è comunque una forza generativa che vuole creare qualcos’altro, che ha una forma totalmente diversa, ma che appunto c’è e che in tanti casi è stata salvifica.
[Anna] – Bellissimo! Grazie Lorenzo perché hai dato una definizione perfetta di una frase che io dico all’inizio di ogni episodio che è «il grembo è la nostra finestra sul mondo», ed è esattamente questo quello che intendo, che io ovviamente con le mie parole non riesco a dire.
[Lorenzo] – E no, eccome!
[Anna] – E tu invece, guarda, mi hai dato una definizione fantastica.
[Anna] – Grazie di cuore per aver raccontato la tua storia!
[Lorenzo] – Grazie a te.
[Anna] – Ti posso abbracciare?
[Lorenzo] – Certo!
[Anna] – Grazie mille, sei stato fantastico! Meraviglioso.
[Anna] – Grazie. Basta, basta che poi piango.
Credits
“Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace ed è prodotto da Nidi Fioriti, una Fondazione che cammina accanto ai genitori nel tempo unico dell’infanzia.
Musiche © Pablo Sepulveda Godoy
Produzione video © Andrea Sanna